martedì 29 luglio 2014

IL PIACERE DI UNO SPAGHETTO

Ceniamo dai Fratelli Briganti in piazza Giorgini. Quel posto s'è fermato agli anni Settanta e mi ricorda Il Maccherone prima dei lavori di ristrutturazione. Rivestimenti di plastica alle pareti, quadri dalle cornici dorate, anneriti dai fumi della cucina, la collezione dei calendari dei carabinieri appesa sopra la porta che conduce ai servizi. Cucina a vista, ma quella in cui si vedono due cuochi in carne tutti sudati che s'affaccendano a mescolare la pasta nei pentoloni e a scolare chili di verdure fritte. Niente divise col nome ricamato, solo una maglietta bianca, cuffietta di carta e grembiule con la griffe della lavanderia industriale che ritira la biancheria sporca. Più o meno la divisa di Aldino nella trattoria sull'ebbro colle. 
E' lunedì, fine luglio, il locale è strapieno, di fiorentini. Incredibile.
Tanto che io e la Marta dopo aver atteso un bel po ci accomodiamo al tavolo insieme ad altre due ragazze. Per avere un tavolo tutto per noi c'era da attendere ancora un po'.
Le ragazze intuiamo presto essere due giovani dottoresse di Careggi, che ciabattano allegramente di infermieri, di un tizio che s'è diviso dalla moglie, dei turni di notte che dovranno affrontare le settimane a venire e di quanto sia rompipalle il tal Primario del reparto di   BIP..
Io e la Marta non siamo da meno nel ciabattare, anzi diciamo che le abbiamo stracciate. Quando alla fine ci siamo alzate e le abbiamo salutate mi parevano un tantino imbarazzate..
In effetti il nostro disquisire durante la cena si è incentrato sull'ultimo colpaccio della Marta.
-Cosa? Stai scherzando? - grido io incredula -vuoi dire che il vecchietto..??
- si Sabri s'è rivelato una macchina, infaticabile
- non sarà che prima..??- insinuo io
- non ci giurerei, ma io non l'ho visto ingoiare nessuna mentina diciamo..e poi non è così anziano!
il cameriere ci interrompe per apparecchiare la tavola con dei calici di vetro a tulipano, spessi come lenti di occhiali. Veri e propri cimeli dell'arte della tavola d'un tempo che fu. Ordiniamo due spaghettini del Brigante, che sembra essere il piatto che va per la maggiore. Poi riprendiamo la conversazione, voglio sapere tutto nei dettagli, ovvio.
- Ha acceso una candela? ah che romantico..- esclamo io con una punta di invidia
Ma la candela non era esattamente per creare l'atmosfera, come mi spiega la Marta con dovizia di dettagli. Mi pare che le giovani dottoresse abbiano smesso di parlare, anzi sono certa che stanno ascoltando con grande interesse.
L'arrivo degli spaghetti ci coglie all'improvviso, il racconto della Marta non ha ancora raggiunto il climax. Gli spaghetti serviti in un piatto da pizza potrebbero sfamare tre muratori dopo una giornata a scaricare ballini di cemento. Non credo che li finirò, anche se detesto lasciare il cibo nel piatto. Nella loro semplicità di pasta con pomodorino fresco e parmigiano, sono molto invitanti, mi lascio sedurre da questa bomba di amidi a dal profumo del basilico.
Fa lo stesso anche la Marta e il racconto si interrompe. Io non faccio più domande, lei si concentra nell'arrotolare gli spaghettini. Il piacere della tavola sembra superare di gran lunga ogni altro piacere, anche quello di raccontare alle amiche di certe notti movimentate.


martedì 15 luglio 2014

QUESTIONE DI LINGUA

Mi sono iscritta a una degustazione di champagne, ma non ho voglia di andarci da sola. Così propongo alla Marta di accompagnarmi. So che le interessa il giusto, ma se offro io..
"Lo Champagne? Fico no?" e con queste parole di moderato entusiasmo accetta senza troppe storie.
Mentre aspettiamo l'inizio della lezione la vedo che spippola sul telefono: ha appena scaricato una nuova app con l'oroscopo.
Partono le slides della lezione con i vigneti di alcune famose maison
"e dai metti via quell'aggeggio!" le intimo
"aspetta aspetta, oh è incredibile!", chiude il cellulare e si mette addirittura a prendere appunti. La guardo senza capire poi lei mi fa cenno all'oroscopo "deve essere un segno, c'è scritto lì: cara amica del cancro la tua settimana sarà letteralmente spumeggiante. In amore un incontro a colpi di rose e champagne!".
E io che l'ho sempre sottovalutato Branko..
Il relatore è molto preparato, mediamente impastabile ma col francese c'ha fatto i cazzotti: non perde occasione per sottolineare che si scrive così ma si legge cosà (più o meno..).
"Perdonalo Padre perchè sa quel che dice, ma non ha idea di come pronunciarlo" sbotta la Marta, tesi di laurea sul cinema francese. (E io tutte le volte mi chiedo come si possa fare una tesi su cose tipo Nouvelle Vague e compagnia bella: fatico a trovare roba più pallosa del cinema francese. Punti di vista).

In effetti sentire parlare di champagne con quell'accento agghiacciante fa passare un po' la poesia
"ti vuoi specializzare sulla Francia? Cavolo almeno un po' di francese sallo!!" continua più acida di un pas dosé.
Si ammorbidisce alla svelta però. Già al secondo assaggio smorza i toni e si invaghisce definitivamente per il blanc de noirs di Eric Rodez . Che in effetti è proprio buono con quei ricordi di agrume fresco e pulito.
Ma quale fresco agrumato, lei si è appassionata alla bellezza di quelle due parole: bianco e nero. Due vocaboli opposti nel significato, e fusi insieme, intimamente a creare come un'unica parola: che si scrive separata ma si legge blandenuar (per usare le parole del relatore!). Separata o unita conserva ritmo, si articola attraverso consonanti labiali e dentali che generano movimento, quasi una musica.
"Prova a tradurla in italiano, sfiora il ridicolo non trovi?"
Questo è un altro esempio in cui la fortuna di un prodotto dipende anche dalla lingua. Ho detto anche..
"ecco perchè dobbiamo ricorrere a parole tipo saten per lanciare i nostri spumanti più pregiati"
"non esiste saten in francese!" mi corregge subito lei
Ironia della sorte questo vocabolo è sconosciuto alla lingua francese. Troviamo un saten nello spagnolo e perfino nel vocabolario inglese, ma in Francia manco l'ombra. E mi scappa un sorriso


lunedì 23 giugno 2014

QUESTIONE DI ACCENTI

Un accento sbagliato può cambiare l'intero senso di una frase, o peggio ancora può mandare in fumo un'intera serata.
Scambio di battute sul lavoro, un paio di telefonate, cosa fai cosa non fai, beviamo qualcosa insieme quando stacchi, insomma la formula classica. Simpatico, preparato sulla cucina, solo un po' troppo sensibile agli accenti.
"Quinòa? Hai detto quinòa?" ride incredulo strabuzzando gli occhi
"si hai presente quella specie di cereale.."
"certo, solo che si dice quìnoa"
"accidenti è così grave?" 
"no è solo che fa un tantino ignorante"
ehi amico vacci piano..e passo al contrattacco
"dimmi è ricciola o ricciòla? leccornia o leccornìa? topinàmbur o topinambùr?" 
le sa tutte accidenti, e ribatte: agar agar o agàr agàr?
maledetto! so come si usa chi se ne frega dell'accento..che naturalmente sbaglio.
"dai non te la prendere, non è colpa tua, se si è cresciuti a suon di canzoncine sulle tagliatelle di nonna Pina"
"ma cosa c'entra..aspetta non vorrai insinuare che.." ohi ma chi ti credi di essere? io non conosco gli accenti ma tu non conosci me caro pallino
e imitando le gesta di una vecchia amica, addento la cannuccia corta e aspiro una buona dose della mia granita al caffè, quindi punto la cannuccia in direzione di Mr stressandintonation e soffio con forza. La granita sparata dalla mia bocca attraverso la cannuccia cade sul tavolo e sulle sue belle mani di chef. Sono stata buona in fondo, avrei potuto puntare alla maglietta..
"Ehi ma che fai, che c'è?"
"tranquillo è solo un po' di caffè, accento sulla e. Accento grave."

Ho una certa età, e mi hanno insegnato che queste cose son da ragazzi, ma era da un pezzo che non mi divertivo così.
Io me la sono cavata schivando qualche cubetto di ghiaccio e la fettina di arancia del suo negroni, lanciati verso di me S.P.M.


lunedì 2 giugno 2014

C'ERA UNA VOLTA IL FUOCO IN CUCINA


Dopo un milione e mezzo di anni il fuoco viene congedato dalla cucina, spento pian piano, sotto una coperta di vetroceramica lucida e anti ustione. Un vero scacco per il fuoco che brucia. Addio fiammella blu metano, che facevi compagnia anche senza scoppiettare, bastava il tuo sibilo e il tuo ondeggiare tremolante a incantare lo sguardo come sotto ipnosi. Largo ai giovani, benvenuta induzione.
La scoperta del fuoco, o meglio come domarlo e usarlo, ha rappresentato una svolta nell'evoluzione umana, da cui il mito del fuoco, fino ad arrivare al fuoco sacro, quale elemento purificatore nelle religioni.
Ora con tutta la buona volontà, la scoperta delle piastre a induzione, per quanto lodevole e  promettente non ha esattamente lo stesso appeal.
E se il fuoco ha permesso di far luce nelle notti buie, lei no, la piastra è più scura delle tenebre più nere anche quando è accesa alla massima potenza e assorbe metà dell'energia della diga di Bilancino. Ma il piano cottura  a induzione è bello, ha il design raffinato e si mimetizza perfettamente nella cucina. Non si vede ma c'è, eccome se c'è: tu prova a accendere il phon mentre ti fai il tè sulla piastra o a fare una lavatrice mentre il minestrone sobbolle nell'esclusiva pentola adatta all'induzione.
e poi corri a riarmare il contatore della luce..
Ammetto che anche io nella nuova casa, nell'intento di realizzare una stanza che somigliasse più a un salotto che a una cucina, ho ceduto al fascino del piano cottura che sembra uno specchio con quattro cerchi solo disegnati. Pazienza vorrà dire che mi laverò i capelli lontano dai pasti.
Tra breve chi ancora possiede il fornello a gas, tipo la mia nonna nelle case del comune e la trattoria sull'ebbro colle, potrà dire agli amici: "venite a casa mia vi cucino gli spaghetti cotti sul fuoco". La rarità.  Simbolo della cucina d'una volta.
Succederà allora che la fiamma tornerà in auge come fonte di calore vintage, i vecchi forrnelli saranno oggetto di culto e di inestimabile valore. A dimostrazione che la storia di ripete, anche in cucina, tutti a scapicollarsi per acciuffare un qualunque fornello a gas, compresi quelli da campeggio.
e finalmente ci si potrà di nuovo accendere una sigaretta in cucina senza bestemmiare perchè non si trovano più i fiammiferi..






mercoledì 28 maggio 2014

FOOD LOVE AFFAIR


Giorgio è l'assistente del professore per cui lavora anche la Marta, e che lei punta da quando è arrivato. Picchia e mena sono andati a pranzo fuori e lei non ha mangiato niente, un po' per l'emozione un pò perché non le si gonfiasse la pancia. Seduti al baretto vicino alla facoltà, ha scoperto un Giorgio godereccio, molto amante della tavola, che alla fine si è tradito dicendole che detesta le donne da verdurina scondita. “Insipido mangiano, insipide sono”.
Lei per recuperare la figura cacina della boccuccia di rosa, gli ha detto per gioco -allora una di queste sere ceni da me!- e ridendo e scherzando eccotelo a cena stasera. A casa della Marta intendo. La Marta sta alla cucina come Heidi starebbe a New York, perciò mi chiama disperata: -Sabri ho combinato un casino!-. Sai che novità.
L'amicizia si misura in quanto sei felice se la tua amica rimorchia, e io e lei stiamo brindando dalle cinque del pomeriggio, mentre l'aiuto a preparare qualcosa di potabile per la cena. Quella con Giorgio.
Si è messa in testa di voler fare la quiche lorraine ai porcini. Che vabbè non sarà il massimo della sensualità, ma visto che era partita con l'idea di un bel vassoio di tartine, ne ha fatta di strada. Glisso sulla mia battuta truce e scontata sulle tartine e i cetriolini sottaceto.
Io e lei ne facciamo tante di cose insieme divertenti, ma cucinare è cosa rara. Ciò che mi  fa innervosire è quel suo operare in modalità raffazzonata, che invece lei chiama stilnovo in cucina: ovvero se non c'è quell'ingrediente ne metto un altro, levo quello e metto questo e così via. E difatti stasera:
- No tutto questo burro è troppo ne metto la metà-
-ma scusa, puoi cucinare un'altra cosa se non ti va il burro
-ma se ne metto un po' meno cosa vuoi che succeda?
-ma se la dose è quella! Se decidi di seguire una ricetta, seguila e basta. Se ti metti a cambiare gli ingredienti e poi ti viene male, cosa molto probabile, non saprai mai dove sta l'errore
- solo che mi sembra troppo questo burro..
Uffa, che faccia come vuole e se la impasti da sola la brisée a scartamento ridotto di burro.
Io intanto mi dedico ad appassire la cipolla (nel burro naturalmente). Cipolla e olio mai! tanto lei non se ne accorge mica.
Anzi le sta bene, visto che per la serata ha bandito l'aglio e mi sta costringendo a saltare i porcini  con la cipolla.
La ricetta finale è stata quiche con dentro funghi porcini a crudo e listarelle di speck, perchè l'affumicato ci sta sempre bene e fa chic. Sopra le fette di torta una cascata di porcini trifolati, pardon strufolati con la cipolla, ma poca.
A Giorgetto il verdetto..

martedì 13 maggio 2014

COLPA D'ALFREDO

Si sa, è colpa d'Alfredo, sempre. Alfredo è quello che si becca tutte le colpe che non ce la fanno a perire fanciulle. Le colpe altrui chiaramente.
Ma non si pensi ch'egli sia senza macchia. Pure lui ha la sua colpa, e non mi riferisco all'aver sciupato tutte le buone occasioni del giovane Vasco evidentemente imbranato con le ragazze. No, molto peggio. Sua è la responsabilità delle fettuccine, quelle famigerate fettuccine all'Alfredo simbolo del cibo italiano all'estero e a me così sconosciute. L'ultima conferma ieri sera, da parte di un turista di Boston e di uno tailandese che mi hanno chiesto dove in Firenze potevano assaggiare le vere tagliatelle all'Alfredo.
Eh! a sapello ve lo direi- ho pensato. E ho cercato di evitare la figura dell'ignorante e ciuca fingendomi straniera anch'io: spagnola.
Nella canzone di Vasco, Alfredo è un negrone trapiantato nel modenese che tutte le sere ne porta a casa una diversa, chissà che cosa gli racconta..si chiede ancora il Blasco. Può darsi che invece di parlare spacchi due uova in un paio di etti di farina e magari aggiunga un cucchiaio di olio, tiri una sfoglia emiliana fine al velo, massaggiata con la mano di quell'africano che non parla neanche bene l'italiano. E poi taglia al coltello due morbide tagliatelle lunghe e tenaci come nastri per legare mani e piedi, e da buon scapolo col frigo vuoto le salta con ciò che ha: burro e parmigiano delle vacche rosse e battezza il tutto col suo nome. Così si fa capire bene quando vuole..
E invece la googlata mi distrugge il film che c'ho in testa: Alfredo è un romano di Roma classe inizi 1900 proprietario di un ristorante in via della Scrofa. Niente negrone dalle fattezze leggendarie, piuttosto una faccia alla Totò, ma più antipatica, da uomo della capitale, baffetto folcloristico arricciato, che ride gaudente mostrando delle fettuccine. E in più mescola il parmigiano col pecorino romano, ma non lo dice.
Per me tagliatella batte fettuccina. Non c'è storia.

mercoledì 7 maggio 2014

ECCOPINO' 2014

Eccopinò è giunta al suo terzo anno. E io ci sono, per la terza volta. Non me li perdo i vignaioli dell'Appennino Toscano, proprio no. E poi c'è da dire che grazie a questa manifestazione si aprono le porte di palazzi e ville che altrimenti avrei difficilmente potuto visitare. Si, perché tra gli scopi dell'associazione, elencati nel manifesto dei viticoltori di pinot nero dell'appennino c'è anche quello di “creare le condizioni per realizzare un percorso turistico (artistico, culturale, storico, paesaggistico) ed enogastronomico attorno alle aziende”. Pertanto la rassegna viene organizzata una volta all'anno a rotazione nelle diverse valli montane in cui operano i viticoltori aderenti. Il debutto due anni fa a Borgo San Lorenzo, nella Villa Pecori Giraldi, poi ancora Mugello, perché è proprio in questo territorio che opera la maggioranza degli associati, ma è la volta di Scarperia, nel trecentesco Palazzo dei Vicari.
Quest'anno la manifestazione approda in Casentino nel Castello dei Conti Guidi di Poppi.
Il castello di Poppi l'avevo sempre e solo visto da fuori, per i miei frequenti aperitivi in Pratello, dal quale si gode la vista mozzafiato su tutta la vallata.  Alle spalle i monti del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, fino al Monte Penna, sui cui ripidi pendii di roccia nuda si arrocca il Santuario della Verna. Davanti la pianura fino a Bibbiena e oltre, tra Arezzo e Sansepolcro.
Ma i vini?
I vini mi piacciono, hanno una loro identità e un loro perchè di territorio e di intenti, e mi piacciono questi vignaioli che hanno dedicato il primo punto del loro manifesto associativo alla volontà di “migliorare la qualità dei rapporti umani, tra persone che condividono la stessa passione sotto il segno dell'amicizia, dell'impegno, dell'onestà e della convivialità.”
Bene, io vini di persone così li voglio, per questo nella mia carta c'è una pagina dedicata ai pinot nero dell'appennino toscano. L'ultima pagina, come a dire finale di carta in crescendo.
Alla domanda frequente:- ma li vendi?, -ma chi te li prende?- Rispondo che si, li vendo, non i numeri di un chianti rufina e nemmeno i numeri che fanno i vini di alcune zone toscane molto di moda. Numeri molto più modesti ma di grande soddisfazione. Ogni bottiglia stappata è un punto a favore di un essere vignaioli che mi piace. Chi me li prende? I curiosi e quelli che si fidano: -per il vino fai tu-.
Per tutti quelli pro vitigni autoctoni e che arricciano il naso all'idea di un pinot nero di Toscana, rispondo con le parole di Vincenzo Tommasi, presidente dell'associazione: -neanche il cipresso in Toscana è autoctono..-
Nella sala sono proiettate in successione immagini di filari sotto la neve, di vigne abbarbicate su pendii ripidi, di uomini in passamontagna che sorridono all'obiettivo, abbracciati alle mogli e vigneto alle spalle: come a dire vi presento la mia famiglia, è qui che abbiamo messo radici, nel vero senso della parola. Immagini senza musica e si scusano i vignaioli per la mancanza della colonna sonora, che, a detta loro, se ci fosse stata sarebbe stata affidata a Bob Dylan e Johnny Cash (hai detto nulla!) in Girl from the north country. Non sono certa del perchè di questa scelta musicale, mi vergognavo a chiederlo, per cui improvviso l'interpretazione: nord viticoli tutti i territori coinvolti, e fino a qui nulla di nuovo, ma che il pinot nero fosse una girl, mai l'ho pensato. Sarà mica perchè si dice sempre che è una vite difficile e capricciosa?

domenica 4 maggio 2014

ALTA CUCINA

Abbiamo optato per questo ristorantone perché ne abbiamo letto un gran bene (io) e perché lo chef sta sempre in tv (lei), e si è presa la fissa di vederlo in carne e ossa. Insomma ci siamo trovate d'accordo, ognuna per i motivi suoi.
Purtroppo lo chef non c'è..del resto se sta sempre in tv.. Peccato per la foto mancata, che l'Aurora avrebbe pubblicato per giorni sui social, ma io sono qui per mangiare e per questo non mi preoccupo. Mica siamo in una trattoria, tipo quella sull'ebbro colle, in cui se manca il cuoco si chiude, perché è proprio il cuoco colui che cucina. Questo è un altro mondo, quello in cui dello chef illuminato mangi l'idea, non il piatto finito. Cosa che a me va bene lo stesso, era solo per dire.
Ci metto un po' a decidere cosa prendere, poi alla fine scelgo e mi tuffo nella carta dei vini che pesa come un mattone. Se dovessi leggerla tutta, qui si fa anche merenda. Per cui vado dritta alla ricerca di un vino possibilmente buono e che costi meno dell'intero pasto. Sensibilmente meno. Scorro la Francia più veloce che in TGV e salto il resto del mondo che purtroppo non conosco gran che. Poi, dato che alla fine in Italia rimangono un paio di regioni, forse tre, dove si è quasi certi di pescare bene a prezzo ragionevole (vai col totovino), alla fine la consultazione della carta si rivela più veloce del previsto.
L'Aurora è ancora alle prese con il menu.
“ma quanto ci metti a scegliere? Il cameriere sta puntando dritto verso di noi!” sussurro
“questa mania di elencare tutti gli ingredienti..”
“cosa c'è che non va?”
“se per ogni piatto ci sono elencati come minimo 10 ingredienti, aumentano le probabilità che ci sia almeno un ingrediente che non mi piace e che quindi mi porta a scartarlo, il piatto”
in realtà io penso l'esatto contrario, però il punto di vista dell'Aurora è ragionevole.
Alla fine opta per il rombo, perché in mezzo a tutti quegli ingredienti le ricorda qualcosa di familiare. Chissà, forse un pesce a forma di quadrilatero dai lati congruenti..
“ma scusa prima ti scrivono rombo, poi che annega in un guazzetto di acqua di mare delle Fiji, coperto con fette di durian pietrificato, aria di cappero delle Falkland e polvere di macaco mummificato..alla fine manco so più cosa ho scelto”
“e parla piano!!” grido stizzita
“poi mi sono detta: vai prendine uno di questi pesci, tanto quando te lo serviranno camuffato, destrutturato, nascosto in quel bosco di ingredienti, non sarai in grado di riconoscere, per lo meno alla vista, se si tratta di un rombo o di un nasello, per cui..”
“dai l'acqua delle Fiji è trasparente forse lo distinguiamo uno squalo da un'acciuga!”, rido, ma l'Aurora ha di nuovo centrato il punto.
"io trovo bello scoprire un cibo in una forma diversa, alla quale non avrei mai pensato, neanche nei sogni, combinato con ingredienti che spesso non ho mai assaggiato prima"
"questo è vero, diciamo che manca quella sensazione confortante che si prova nel vedere che so, una zuppa  o un qualcosa di familiare e che ti fa pensare: ah eccolo! e col mio contratto cocopro è impossibile familiarizzare con la millefoglie di rombo o con le finte meatballs".
In Verdicchio veritas..avevo scelto le Marche belle. 

martedì 22 aprile 2014

CLIENTE ESIGENTE

Il cliente di Roma, venuto fin quassù per mangiare la fiorentina, vuole un vino che non sia secco, esattamente vuole un vino fruttuoso.
Si dà il caso che la mia carta sia priva di vini fruttuosi per cui cerco di pescare tra i maremmani il vino più fruttato e morbido di cui dispongo. Ma la mia scelta non soddisfa il cliente: all'assaggio, questo vino è ancora troppo secco per i suoi gusti.
Non cerco nemmeno di spiegare il perchè di certi vini o di certe scelta in carta, mi fa proprio fatica sprecare parole e me ne resto zitta abbozzando un sorriso ebete.
Per fortuna il cliente decide di tenere la bottiglia che gli ho proposto e mi tolgo dall'impiccio.
Per poco però, fin quando il vino finisce e me ne chiede un altro, che sia ancora più dolce.
Sono nei guai perchè di più dolce ho solo il vin santo.
Qualunque cosa io stappi sicuramente non gli piacerà, per cui oso. Oso con un vino che piacerebbe a me con la bistecca, che è molto fruttuoso si, ma di spremuta d'agrume (uh che esagerata!) e non certo di confettura di more. Sangiovese quasi di montagna, acidità e beva, Castellina in Chianti. La Rufina era una scelta troppo scontata..
Chiaro che neanche questo lo soddisfa, ma a detta sua e con grande sorpresa mia, questo vino è più vicino a quello che lui ha in mente.
-Ma dai? Se questo vino di morbido c'ha solo il sughero-, questo penso ma non glielo dico, ovvio.
E comunque il cliente ha sempre ragione, l'importante è capire e accontentarlo. Anche se in questo caso, o io o lui, non c'abbiamo capito una mazza.

venerdì 18 aprile 2014

PIACERE INASPETTATO




Prendi uno Chablis semplice, ma non troppo, assolutamente gradevole, nel pieno della sua beva e soprattutto prendilo (bene) a 20€. Poi per caso e per fortuna prendi una Robiola di Roccaverano, quella di Agri Langa in questo caso, fresca e burrosa, acidula, sapida e dagli spiccati aromi di yogurt, erba e fagiolini. Assaporali insieme e, lontano da ogni aspettativa, godi. Il piacere inaspettato è di gran lunga il più potente, per cui fattene un'altra fetta e ripeti l'operazione.
Piacere alla modica cifra di 24€ complessivi.