martedì 7 maggio 2013

SE IL CLIENTE NON SI PRESENTA



Il cliente che prenota e non si presenta mi manda in bestia.. mi si intasa la vena.
In quest’ultimo mese è accaduto un numero indefinito di volte.
E maggio è iniziato bene con una tripletta già nella prima settimana.
In genere prenotano per 2, un paio di volte hanno riservato un tavolo per quattro: fissano per le 14 oppure la sera per le nove, nove e trenta. Aspetta e spera.
La prima mezzora di ritardo è di comporto, è regolare sforare l’orario, vuoi perché stiamo sperduti in campagna, vuoi perché almeno quando si va al ristorante per fortuna ce la possiamo prendere comoda. E passano i primi 30 minuti, poi ne passano altri 30 ad aspettare chi non verrà mai. E intanto i fornelli, le friggitrici, i bollitori, la griglia vanno a manetta per il gusto di contribuire al riscaldamento globale.
La tecnica del prenotare  a orari come le due di pomeriggio o le 9 e mezzo di sera è subdola: oltre all’inutile spreco di energia nel tenere le attrezzature in funzione ben oltre il tempo necessario al servizio, alle 10 di sera quassù in campagna non passa più nessuno: impossibile rimpiazzare con altri clienti.
Oltre al danno e la beffa..


LA VOCE DEL RISTORATORE (nel retrobottega): si tinge di toni ben più coloriti, contro chi non c’ha nulla di meglio da fare che rompere le scatole a chi si sta facendo un mazzo tanto..

giovedì 2 maggio 2013

NON DIRE PELATO SE NON L’HAI PROVATO


L’idea: viene dopo aver assaggiato una passata di pomodoro da paura a Taste. Chiediamo alla nostra amica che si occupa di distribuirla di metterla a confronto con altri pomodori pelati presenti sugli scaffali della grande distribuzione
L’esperimento: si realizzano sei pomarole ciascuna ottenuta con un diverso tipo di pomodoro pelato. Base comune un trito di carota, sedano e cipolla, stessa quantità per ogni campione, fatto leggermente appassire in olio e acqua per tenerlo leggero e mantenere aromaticità fresca delle verdure. Cottura soli 5 minuti, poi si aggiungono i pelati (talora polpa di pomodoro a pezzi) e si fa cuocere il tutto  per altri 30 minuti. Al termine si passa la salsa al passaverdura e ci si condisce la pasta. Solo olio e sale nella salsa, niente filo d’olio a crudo né parmigiano. La pasta usata: spaghetti Vicidomini
I concorrenti:
  1. Pomodori pelati Casar Esselunga € 0,80 (conf. 400g) 
  2. Pomodori pelati BIO Coop € 1,30 (conf. 400g)
  3. polpa di pomodoro La Fiorellina € 0,90 (conf. 400g)
  4. Polpa di pomodoro Mutti € 0,99 (conf. 400g)
  5. pomodorini del piennolo del Vesuvio DOP, Le Gemme del Vesuvio € 3,00 (conf. 540 g.)
  6. Pelati al naturale Az.Agr. Antica Enotria € 3,10 (conf. 580 g.)     
  7. NON PERVENUTI: mancano i pelati della nostra amica per la quale tutta la prova era stata orchestrata..così è la vita.






La cena: si sottopongono i campioni  all’assaggio di una giuria così composta: 3 personaggi scriventi regolarmente di cibo in rete, un fine intenditore di pomodori e di salse, un venditore di vino (che non può mancare ad ogni cena che si rispetti). Le pomarole sono state giudicate nell’aspetto visivo, per il loro profumo, e al gusto per i seguenti aspetti: consistenza della salsa, sapore di pomodoro, acidità/dolcezza, capacità di legarsi alla pasta
Il verdetto: tutte le salse ottenute, ad eccezione di quella ottenuta con Casar, avevano buona consistenza e buona capacità di legarsi agli spaghetti; il colore dopo la cottura è risultato molto diverso nei vari campioni: decisamente più scuro (stile conserva) nei pelati Casar e Mutti, molto chiaro per La Fiorellina, rosso brillante per le salse ottenute con Antica Enotria, Bio Coop e Le gemme del Vesuvio.
Al gusto l’ordine di gradimento, sul quale i commensali sono stati pienamente concordi, ha visto la vittoria di Antica Enotria, seguita da Bio Coop, La Fiorellina, Le Gemme del Vesuvio, Mutti e Casar.
Giusto due note sul sapore delle salse ottenute con i vari campioni:
1. Casar: acidità quasi aggressiva, pastosa e finale amaro, note quasi terrose in evidenza. 5,0
2. BIO Coop: dolce, corposa, buona aromaticità di pomodoro, acidità discreta. 6,5
3. La Fiorellina: acidità discreta, corposa, sapore di pomodoro e aromi di trito aromatico non schiacciati dalla salsa. 6,5
4. Mutti: pastosa e molto densa, ma acidità spiccata e finale amaricante molto pronunciato. 5,0
5. Le gemme del Vesuvio: cremoso, corposo compaiono note burrose, acidità percepibile, buona persistenza e finale lievemente amaricante. 6,5
6. Antica Enotria: sapore di pomodoro spiccato, note burrose evidenti equilibrio finale tra dolcezza e acidità. Le fragranze del trito aromatico perfettamente amalgamate al sapore di pomodoro 7,5. 

Ad allietare i commensali ci han pensato: Arunda MC, il Rosato di Istine, il verdicchio di Villa Bucci, Michele Satta e il passito di Criserà.

sabato 27 aprile 2013

LA TERRA DEI CUOCHI sensazioni a caldo


Approfitto di un venerdì di calma per guardare a pizzicotti e bocconi la Terra dei cuochi. Senza voler scendere nel merito (e nella noia) di una trasmissione lenta e per nulla originale, o nel (de)merito di una  Clerici che senza la giostra di cori canzoncine e battimani fa venire il latte ai ginocchi, mi vorrei soffermare sul ruolo dello chef -tristemente appellato superchef- cattivo ad ogni costo.
E che palle! 
(premetto che condivido la cattiveria  quando ti saltano il fungo nello scalogno o ti fanno mangiare la coscia di rana senza neanche aver tentato di disossarla, allora lì il cuoco incazzato ha un senso). L’immagine dello chef raffigurato più stronzo che cuoco ha già fatto il suo tempo e ha già raggiunto il suo triste apice in altre trasmissioni. Ok è tempo di ricominciare.
Tutti sanno chi è Davide Scabin, non importa che io stia qui  ripercorrere  i suoi colpi di genio, ma forse quello che non tutti sanno è che quel signore che ora è chiamato a fare l’infame patentato è lo stesso che con i clienti siede fino a notte fonda dietro le quinte del Combal.Zero a sorseggiare gin tonic, chiacchierando a guisa di vecchi amici tra battute taglienti, sorrisi e grande senso di ospitalità. Questo è il Davide Scabin che ho incontrato e che c’ho in mente e la televisione si conferma un potente mezzo di distorsione della realtà. E perciò mi sono sentita libera di spengerla,  senza neanche aspettare l’ingresso di Moreno Cedroni. Ci sono stati e ci saranno altri luoghi  e altri momenti per incontrarlo sul serio.

venerdì 26 aprile 2013

RAGAZZE SEMPRE


- Sabri quel tipo vicino alla porta non smette di fissarmi e parla fitto fitto con quella specie di Clarabella  della disney.. ora non ti voltare di scatto.
Tardi sto già con la testa girata in direzione dell’impavido rimorchiatore
- Ma chi lui? Ahahah ma guardalo sembra un incrocio tra un tonno e una barrique: il che farebbe un tonneau
-Ahahhah monsieur Tonnò!!
Le risa fragorose e un tantino sguaiate  fanno girare quelli del tavolo accanto e la Marta con le lacrime agli occhi si rivolge a loro : -l’avete visto anche voi Monsieur Tonnò ?-
E quelli sempre più sbigottiti farfugliano roba tipo: tutto bene ragazze?
- Oh yyyeeesss – risponde la Marta gasata per essere stata chiamata ragazza, - noi ragazze sempre vero Sabri?
- Io dico che se alla soglia degli anta mi chiamano ragazza, posso ben sperare di arrivare ai 75 anni con la forma e l’energia di Mike Jagger..
- Si narra che nella vita abbia avuto più di 500 donne
- E se lui deve la sua forma smagliante a quello, è matematico che io c’arrivo parecchio peggio- constata con saggezza la Marta
- E dai ora non ti incupire, diciamo che a 500 forse non ci arriverai perché sai scegliere, sai riconoscere un uomo buono da uno meno buono e pertanto operi una selezione..
- Più o meno la descrizione di una sfigata
- No direi piuttosto una palatista, come certi profondi conoscitori del vino: scarsa tecnica ma grande finezza di gusto
- Ti ringrazio mia cara, ma non lo metterei mai sul mio curriculum palatista d’esperienza: neanche per farmi assumere dalla Savanna Samson a La Fiorita
Prima di lasciare il “nostro” BarLume* come nonno Ampelio e il Rimediotti, un ultimo brindisino con il buon Verdicchio di Sartarelli**, del resto non ti mettere in cammino se la bocca non sa di vino..
E pare un proverbio coniato per la Savanna.

* Leggetevi i romanzi di Marco Malvaldi e tutti voi cercherete il vostro BarLume
** Il Tralivio

giovedì 11 aprile 2013

IL VINITALY FA INGRASSARE (o meglio cronaca del mio vinitaly più mangereccio)

Jeans, rispolvero i Lewis, scarpetta comoda, giacca e sottogiacca con discreto scollo, perché ok stare comodi per fare centinaia di vasche su e giù per i padiglioni della fiera,  ma al Vinitaly, la kermesse vinosa più trendy d’Italia, se ti presenti agli stand in qualità di ristoratore vestito da turista in gita non ti considerano manco se ti metti in ginocchio. Penseranno che c’ho il baracchino dei brigidini fuori dello stadio…
E la giacca funziona sempre. O forse è stato lo scollo, chissà.
L’agenda è fitta di appuntamenti, bisogna trottare, il primo giorno soprattutto per l’Emilia.
E subito facciamo i doverosi e piacevoli saluti ad un’amica pittrice (di cui parlerò presto) presso lo stand dei colli piacentini, il che ci ha valso un vassoio di salumi e pane, che alle 11.00 di mattina male non ci stavano, soprattutto se accompagnati da un piacevole ortrugo spumantizzato dell’azienda La Poggerina.
Altra tappa che mi ero prefissa i vini di Bosco Eliceo, attratta da questi vitigni coltivati a piede franco e dalla voglia di assaggiare il Fortana, questo sconosciuto.. e se il Fortana di Tenuta Garusola mi ha piacevolmente sorpresa, sicuramente la Coppia Ferrarese che lo accompagnava mi ha provocato la soddisfazione più assoluta, tanto da spingermi con una certa sfacciataggine a chiederne una seconda che ho infilato in borsa fischiettando. 
Ore 13.00 pranzo con PilsnerUrquell in collaborazione con JRE, nell’area self service d’autore, che ha visto sfilare prima sul tavolo poi nella mia bocca (e in quella della Stefania, alias mascella instancabile) nell’ordine: terrina di coniglio, calamarata con mazzancolle, liquirizia e cedro candito, maialino marinato alla pilsner, e pure il cannolo siciliano. Fin qui tutto bene, anzi alla grande direi, solo che un paio di ore più tardi ero in lista per il “tributo sensoriale” allo stand del Borro..
Lamelle, Il Borro e Polissena sorseggiati in accompagnamento alla prelibatezze di  Andrea Campani nuovo chef dell’Osteria del Borro: sushi roll del Pratomagno, panino al lampredotto, guancia in umido e crostata di mele e noci col Vin Santo Occhio di Pernice 2008, tanto per non farsi mancare niente. Che poi per dovere di cronaca i panini al lampredotto son stati ben due, causa riprese televisive per la mondovisione ;-).
Fortuna che avevo parcheggiato la macchina non esattamente dietro l’angolo, ma pur sempre nella provincia di Verona, il che mi ha permesso di fare due passi, benché le mie due compagne di viaggio Claudia e Francesca, dall’innato spirito atletico, quasi olimpionico han lamentato una mezza Verona City Marathon.
Mentre la wine and spirits marathon dentro la fiera non pare averle stancate più di tanto..
Conclusione di serata a San Bonifacio, ai Tigli, con le pizze gourmet di Simone Padoan. Sul tavolo solo acqua naturale e frizzante rigorosamente a temperatura ambiente, che l’acqua fredda fa male allo stomaco.

sabato 23 marzo 2013

RIECCOCI CON LO SPRITZ



Ho già parlato dello spritz qua, ci ritorno sopra perché pare essere l’aperitivo che mette d’accordo tutti e invece crea conflitti e miete vittime anche tra coloro che hanno le migliori intenzioni. Il caso dell’aurora dell’altra sera è emblematico: il tizio è carino, fa il gentile e ordina uno spritz per lei, ma lo chiede col campari. L’Aurora, stucca e fine come un dito nel naso si lagna a non finire:
- sabri io comincio ad avere una certa età, ho le mie abitudini, ho la mia dose settimanale di Aperol.. sarebbe come scegliere tra vivere e tirare a campar..i
- uh che esagerata!
- sai non vorrei metterti davanti alla dura realtà, ma tra un po’ si interesseranno a noi solo gli archeologi
- gallina vecchia fa buon brodo.. (tiè)
- ma è anche vero che meno pregiato è il pesce, meglio il brodo riesce..
E se l’Aurora parla di brodo io mi preoccupo davvero.. la minestrina è il punto di non ritorno
-allora se siamo così prossime alla fase decrepita di “Mirella dammi un vov”, forse dovremmo organizzarci per cambiare aperitivo e sceglierne uno che abbia margine di errore infinitesimale,  così evitiamo il problema di scivoloni libidoazzeranti.
Segue un attimo di silenzio, forse tutte e due stiamo disperatamente cercando il cocktail di riserva
- sai che sono proprio buoni questi ravioli col foie di cosa?
- canard..
- esplosivi e scioglievoli..a proposito come si scrive canard?
- esattamente come lo pronunci, basta aggiungere una d finale che però non si sente
- C A N A R D, ard senza l’acca?
- si, e capisco che ti possa piacere meno, ma in fondo è un’anatra

Le oche invece stanno a ragionar di spritz.

lunedì 18 marzo 2013

MI PORTO IL VINO AL RISTORANTE. sottotitolo: da' retta pallino icchè tuvvòi fare?


Si prospetta una grande serata, quella di martedì, dedicata agli champagne. Questa volta io e i soliti 12 apostoli del Dio dalle fattezze di un putto, lasciamo l’ebbro colle per scendere in città. Pizza e champagne la proposta. 
Forse esiste un’ordinanza comunale che impone alle pizzerie di Firenze di chiudere di martedì (e anche di lunedì), si, perché già trovare una pizzeria aperta è un’odissea. Alla fine, picchia e mena abbiamo trovato un posto dove andare. La cosa che più mi ha sconcertato è che alla nostra richiesta: saremo una quindicina, ma vorremmo portarci il vino è possibile? I ristoratori hanno storto la bocca.
Non capisco dove stia il problema.
Ristoratore, scusa se mi permetto, fai conto che sia tua collega e soprattutto fai conto che sia astemia. Non ti capitano mai quei clienti che bevono solo acqua? A me capita, e neanche tanto di rado. Il non vendere una bottiglia è solo in minima parte un mancato guadagno; il ricavo (si fa per dire di questi tempi!) il bravo ristoratore dovrebbe ottenerlo dalla manipolazione dei prodotti, applicando a questi un valore aggiunto che proviene dal suo lavoro, dalle sue mani, dal tempo che ci impiega, dalla sua abilità e conoscenza. Non c’è nulla di nuovo in tutto questo, allora perché ristoratore fai le storie se ti chiedo: vorrei mangiare da voi, posso portare una bottiglia? La mia risposta sarebbe: "certo, e non le applico neanche il diritto di tappo".
Altra questione spinosa su cui si potrebbe ragionare assai.
Chi si porta il vino al ristorante, lo fa –almeno credo-  perché magari vuol godersi una bella bottiglia mangiando qualcosa di particolare ecc, oppure la vuol condividere con un ospite speciale senza il peso di dover cucinare..tanti possono essere i motivi per presentarsi con una bottiglia, ma quello del risparmiare a mio avviso è l’ultimo dei motivi. Per esempio se vado al ristorante, ma trovo che applichino ricarichi esosi sui vini, semplicemente ordino solo un bicchiere, godo del cibo e mi accontento della “modica quantità”, non penso certo di portarmi una magnum da casa per risparmiare..
“Se tutti i clienti iniziano a portarsi da bere, la cantina non ti gira più”. Falso. Basta avere una carta accattivante con prodotti non proprio da scaffale, etichette insolite (e non importa tenere un Kindzmarauli o un Khvanchkara) e ricarichi corretti. Nell'osservare cosa il cliente reca in tavola si possono suggerire alternative o prodotti simili..insomma alla fine qualcosa da vendere ci scappa (siamo pur sempre commercianti noi ristoratori!).
Ancora sono pochi quelli che vanno al ristorante con il bere formula BYOB (bring your own bottle), tanto di moda in Australia già 15 anni or sono. Addirittura chi pensa di fare ciò, già mi avverte quasi premuroso per telefono: “senta avremmo una bottiglia di spumante potremmo portarla..”e così via. Alla mia risposta “nessun problema”, quasi quasi ci restano male.
Poi ci sono quelli che vogliono fare gli splendidi e arrivano con la bottiglia di champagne, “ce la può tenere in fresco, la stappiamo col dolce”. Io sarei tentata di rispondere: "mi spiace ho il frigo rotto, dovete berla subito, non potete aspettare il dolce”..lo penso tutte le volte, ma poi non lo dico mai. E gli faccio bere lo champagne nei fluttini degni d’un circolino. Ben gli sta.






giovedì 14 marzo 2013

TASTE E FUGGI



Incursione a Taste 2013, of course, cioè di corsa, tanto per tradurre in italenglish..
Di sabato pomeriggio è chiaro che son di corsa. C’ho  un ristorante che diamine!!
Ma a quelli di Pitti gli struscia una mazza del ristoratore, tanto che all’ingresso per scalare 5 euro dal prezzo del biglietto –in qualità di operatore del settore- m’hanno chiesto la visura camerale dell’azienda che mi è costata 18 euro.. alla faccia della fiera!
Tant’è.
Alle 15.30 son dentro, l’amica Stefania mi aspetta: alle 16.00 c’è Vissani al Taste Ring. Mannaggia a me c’ho 3 ore risicate per girarmi gli stand e mi vado a infognare con “A volte ritornano..gli anni 50 in cucina”. Onestamente non mi è parso che siano state dette cose particolarmente originali, sul ritorno alla cucina della nonna..mhm nutro qualche dubbio.  Big Gianfranco “il gelato che ho assaggiato sapeva solo di azoto, era cristallizzato (..)” son frasi che da Lei non mi aspetto, anzi mi scombussolano proprio!
Resisto fino quasi alla fine della conferenza poi finalmente mi ributto nella mischia degli espositori, diretta come un fuso alla zona brewery..c’e davvero tanta bella birra. MOA con i suoi luppoli inglesi, ricordi di brughiere e cavalli al galoppo,..ripigliati Sabri, siamo a San Piero a Ponti! Romanticismo svanito puff!..ma la 16plato resta, e con lei i luppoli inglesi dal forte amaricante quasi affumicato. Buona, anzi good!
Poi assaggio le birre di Math, il “primo birrificio nato sul territorio del Chianti Classico”; anche queste birre sono indicate con numeri: La 70, La 16, La 68, La 27.
O i birrai amano la matematica o più semplicemente danno i numeri. Decidete voi.
La 16, birra ad alta fermentazione realizzata con fiori di gelsomino: insolita e graziosa.
Poi il birrificio San Quirico, l’Olmaia, Bruton ecc. le vorrei mettere in carta tutte, ma ancora, nel mio locale –sigh- fatico a far passare il messaggio di una birra che costa più di un Chianti Classico corretto prodotto nello stesso comune o poco più  in là.
L’amica Marina sul suo blog intitola il pezzo “Taste: the fashion food”. Come darle torto quando afferma: “Dal prosciuttaio al pastaio, il cibo si mangia con la bocca ma soprattutto con gli occhi: packaging curati, colori, font e un’esposizione degna di una boutique”.
Due esempi? Pitture per Papille e i sorbetti Della Negra. Cliccate e osservate.  
L’angolo spagnolo m’ha lasciata perplessa: ore 17.15 lascio la conferenza in favore di un assaggino di Joselito e delle tanto declamate acciughe Sanfilippo (meglio andare dai brewers con qualcosa sullo stomaco). La fiera chiude i battenti alle 19, ma sia il cortador (il tagliatore del jamon) che l’acciugaro han tolto le tende già appena passate le cinque. Allo stand mi dicono: è tardi, tra poco la fiera chiude. Come tardi, ma se chiude tra due ore?!!
Da quel che conservo dei numerosi viaggi in Spagna è per certo che per gli spagnoli non è mai tardi, anzi è sempre troppo presto; le cinque del pomeriggio oserei dire che son quasi l’alba.
Che disdetta! A bocca asciutta mi sono consolata con la torta Barozzi caldamente consigliata dall’amico Ivan.

sabato 2 marzo 2013

PUNTI DI VISTA


Una cliente dall’aria decisamente sofisticata: “vorrei una bistecchina di maiale cotta sulla griglia, ma mi raccomando che sia cotta, ma non troppo cotta, come dire tolta un minuto prima che sia cotta ecco”.
“Nessun problema signora, riferisco al cuoco”.
Mi appropinquo verso la cucina e traduco a mio padre che si occupa della griglia:
“babbo metti al fuoco una bistecchina di maiale, e cuocila come al solito”.
Dopo una decina di minuti reco al tavolo il tagliere con il bel maiale profumato..
“bene ora controlliamo se mi sono spiegata bene..” sussurra la signora, con un tono a metà tra la sfida e la supplica.
Me ne resto in silenzio al lato del tavolo, la signora non parla e io inizio ad avere oscuri presentimenti.
“le va bene la cottura Signora?”
“si grazie, perfetta”
in silenzio scivolo verso tavoli vicini con l’orecchio teso e lo sguardo vigile sulla bistecchina..
La signora estremamente soddisfatta della cottura si compiaceva con se stessa e con gli altri ospiti del tavolo: “il trucco è chiedere di toglierla dal fuoco un minuto prima..e così la cottura è perfetta, ma occorre specificarlo quando si ordina”.

O forse bastava ordinare una bistecchina di maiale tout court e al resto ci pensava il cuoco rodato..
Punti di vista.

lunedì 25 febbraio 2013

CENA CON SERVIZIO TAXI INCLUSO


È tranquillo giovedì sera, umido e freddo, ci sono poche prenotazioni al ristorante, traccheggio un po’. Poi cominciano le telefonate...
“sabri veniamo su con alcuni clienti, vorremmo far loro assaggiare un po’ dei nostri vini..”
L’enologo svitato con il suo amico distributore di vino, che non è una macchina a forma di pompa di benzina erogante alcol, bensì un giovanotto in carne ed ossa, arrivano su con 4 persone al seguito e un bel cartone di vini.
Bene, sono contenta quando i produttori/distributori/quant’altro salgono su con i loro vini: ci sarà di sicuro qualcosa da assaggiare pure per me.
“sabri appena hai un minuto vieni a sentirti questo prosecco: è profumato ed ha un prezzettino coi fiocchi”
“arrivo, fatemi prima sentire al tavolo 4 se hanno bisogno di qualcosa”
passano pochi minuti, ma il prosecco è già pro-seccato. Vabbè posso sopravvivere a un bicchiere di bollicine della Valdobbiadene. Cercherò di non perdermi il resto, sennò addio divertimento
La serata si movimenta, l’enologo si infervora sui Pinot Nero di Toscana, ammette di amare Bolgheri, ma confessa che lui il Cabernet in Toscana non ce l’avrebbe messo, piuttosto avrebbe tappezzato la costa -dalla Maremma in su- col syrah…terreni sabbiosi. Difendo il pinot nero dell’Appennino facendogli notare che lui sta tirando fuori un piccolo Hermitage nella campagna lucchese.
“Fai la cuccia tesoro..” concludo.. e mi accaparro un goccetto di quel syrah proprio ben fatto.
Dei 4 clienti seduti al tavolo con il bel wine maker, due sono un Lui con la sua Lei, una ragazza molto carina ma vagamente stucca..
La cena procede, gli assaggi pure, poi la ragazza si adombra; la coppia inizia a discutere, sempre più animatamente, l’enologo furbo e automunito se la svigna con la prima scusa che gli passa per la mente. Per fortuna lascia tutti i vini, ho pensato io. Il litigio si sposta fuori della porta del ristorante, poi più giù nel parcheggio, poi in auto e poi più dove non so. Morale: tra i due litiganti, il terzo (ovvero il distributore di vino) e il quarto (un possibile cliente) sono lasciati a piedi al ristorante sull’ebbro colle di Doccia.
Ho riso fino alle lacrime insieme ai due abbandonati per litigio amoroso, che si sono offerti di aiutarmi a sparecchiare in cambio di un passaggio verso casa.

Al Maccherone, la prima cena con servizio taxi incluso.