lunedì 2 giugno 2014

C'ERA UNA VOLTA IL FUOCO IN CUCINA


Dopo un milione e mezzo di anni il fuoco viene congedato dalla cucina, spento pian piano, sotto una coperta di vetroceramica lucida e anti ustione. Un vero scacco per il fuoco che brucia. Addio fiammella blu metano, che facevi compagnia anche senza scoppiettare, bastava il tuo sibilo e il tuo ondeggiare tremolante a incantare lo sguardo come sotto ipnosi. Largo ai giovani, benvenuta induzione.
La scoperta del fuoco, o meglio come domarlo e usarlo, ha rappresentato una svolta nell'evoluzione umana, da cui il mito del fuoco, fino ad arrivare al fuoco sacro, quale elemento purificatore nelle religioni.
Ora con tutta la buona volontà, la scoperta delle piastre a induzione, per quanto lodevole e  promettente non ha esattamente lo stesso appeal.
E se il fuoco ha permesso di far luce nelle notti buie, lei no, la piastra è più scura delle tenebre più nere anche quando è accesa alla massima potenza e assorbe metà dell'energia della diga di Bilancino. Ma il piano cottura  a induzione è bello, ha il design raffinato e si mimetizza perfettamente nella cucina. Non si vede ma c'è, eccome se c'è: tu prova a accendere il phon mentre ti fai il tè sulla piastra o a fare una lavatrice mentre il minestrone sobbolle nell'esclusiva pentola adatta all'induzione.
e poi corri a riarmare il contatore della luce..
Ammetto che anche io nella nuova casa, nell'intento di realizzare una stanza che somigliasse più a un salotto che a una cucina, ho ceduto al fascino del piano cottura che sembra uno specchio con quattro cerchi solo disegnati. Pazienza vorrà dire che mi laverò i capelli lontano dai pasti.
Tra breve chi ancora possiede il fornello a gas, tipo la mia nonna nelle case del comune e la trattoria sull'ebbro colle, potrà dire agli amici: "venite a casa mia vi cucino gli spaghetti cotti sul fuoco". La rarità.  Simbolo della cucina d'una volta.
Succederà allora che la fiamma tornerà in auge come fonte di calore vintage, i vecchi forrnelli saranno oggetto di culto e di inestimabile valore. A dimostrazione che la storia di ripete, anche in cucina, tutti a scapicollarsi per acciuffare un qualunque fornello a gas, compresi quelli da campeggio.
e finalmente ci si potrà di nuovo accendere una sigaretta in cucina senza bestemmiare perchè non si trovano più i fiammiferi..






mercoledì 28 maggio 2014

FOOD LOVE AFFAIR


Giorgio è l'assistente del professore per cui lavora anche la Marta, e che lei punta da quando è arrivato. Picchia e mena sono andati a pranzo fuori e lei non ha mangiato niente, un po' per l'emozione un pò perché non le si gonfiasse la pancia. Seduti al baretto vicino alla facoltà, ha scoperto un Giorgio godereccio, molto amante della tavola, che alla fine si è tradito dicendole che detesta le donne da verdurina scondita. “Insipido mangiano, insipide sono”.
Lei per recuperare la figura cacina della boccuccia di rosa, gli ha detto per gioco -allora una di queste sere ceni da me!- e ridendo e scherzando eccotelo a cena stasera. A casa della Marta intendo. La Marta sta alla cucina come Heidi starebbe a New York, perciò mi chiama disperata: -Sabri ho combinato un casino!-. Sai che novità.
L'amicizia si misura in quanto sei felice se la tua amica rimorchia, e io e lei stiamo brindando dalle cinque del pomeriggio, mentre l'aiuto a preparare qualcosa di potabile per la cena. Quella con Giorgio.
Si è messa in testa di voler fare la quiche lorraine ai porcini. Che vabbè non sarà il massimo della sensualità, ma visto che era partita con l'idea di un bel vassoio di tartine, ne ha fatta di strada. Glisso sulla mia battuta truce e scontata sulle tartine e i cetriolini sottaceto.
Io e lei ne facciamo tante di cose insieme divertenti, ma cucinare è cosa rara. Ciò che mi  fa innervosire è quel suo operare in modalità raffazzonata, che invece lei chiama stilnovo in cucina: ovvero se non c'è quell'ingrediente ne metto un altro, levo quello e metto questo e così via. E difatti stasera:
- No tutto questo burro è troppo ne metto la metà-
-ma scusa, puoi cucinare un'altra cosa se non ti va il burro
-ma se ne metto un po' meno cosa vuoi che succeda?
-ma se la dose è quella! Se decidi di seguire una ricetta, seguila e basta. Se ti metti a cambiare gli ingredienti e poi ti viene male, cosa molto probabile, non saprai mai dove sta l'errore
- solo che mi sembra troppo questo burro..
Uffa, che faccia come vuole e se la impasti da sola la brisée a scartamento ridotto di burro.
Io intanto mi dedico ad appassire la cipolla (nel burro naturalmente). Cipolla e olio mai! tanto lei non se ne accorge mica.
Anzi le sta bene, visto che per la serata ha bandito l'aglio e mi sta costringendo a saltare i porcini  con la cipolla.
La ricetta finale è stata quiche con dentro funghi porcini a crudo e listarelle di speck, perchè l'affumicato ci sta sempre bene e fa chic. Sopra le fette di torta una cascata di porcini trifolati, pardon strufolati con la cipolla, ma poca.
A Giorgetto il verdetto..

martedì 13 maggio 2014

COLPA D'ALFREDO

Si sa, è colpa d'Alfredo, sempre. Alfredo è quello che si becca tutte le colpe che non ce la fanno a perire fanciulle. Le colpe altrui chiaramente.
Ma non si pensi ch'egli sia senza macchia. Pure lui ha la sua colpa, e non mi riferisco all'aver sciupato tutte le buone occasioni del giovane Vasco evidentemente imbranato con le ragazze. No, molto peggio. Sua è la responsabilità delle fettuccine, quelle famigerate fettuccine all'Alfredo simbolo del cibo italiano all'estero e a me così sconosciute. L'ultima conferma ieri sera, da parte di un turista di Boston e di uno tailandese che mi hanno chiesto dove in Firenze potevano assaggiare le vere tagliatelle all'Alfredo.
Eh! a sapello ve lo direi- ho pensato. E ho cercato di evitare la figura dell'ignorante e ciuca fingendomi straniera anch'io: spagnola.
Nella canzone di Vasco, Alfredo è un negrone trapiantato nel modenese che tutte le sere ne porta a casa una diversa, chissà che cosa gli racconta..si chiede ancora il Blasco. Può darsi che invece di parlare spacchi due uova in un paio di etti di farina e magari aggiunga un cucchiaio di olio, tiri una sfoglia emiliana fine al velo, massaggiata con la mano di quell'africano che non parla neanche bene l'italiano. E poi taglia al coltello due morbide tagliatelle lunghe e tenaci come nastri per legare mani e piedi, e da buon scapolo col frigo vuoto le salta con ciò che ha: burro e parmigiano delle vacche rosse e battezza il tutto col suo nome. Così si fa capire bene quando vuole..
E invece la googlata mi distrugge il film che c'ho in testa: Alfredo è un romano di Roma classe inizi 1900 proprietario di un ristorante in via della Scrofa. Niente negrone dalle fattezze leggendarie, piuttosto una faccia alla Totò, ma più antipatica, da uomo della capitale, baffetto folcloristico arricciato, che ride gaudente mostrando delle fettuccine. E in più mescola il parmigiano col pecorino romano, ma non lo dice.
Per me tagliatella batte fettuccina. Non c'è storia.

mercoledì 7 maggio 2014

ECCOPINO' 2014

Eccopinò è giunta al suo terzo anno. E io ci sono, per la terza volta. Non me li perdo i vignaioli dell'Appennino Toscano, proprio no. E poi c'è da dire che grazie a questa manifestazione si aprono le porte di palazzi e ville che altrimenti avrei difficilmente potuto visitare. Si, perché tra gli scopi dell'associazione, elencati nel manifesto dei viticoltori di pinot nero dell'appennino c'è anche quello di “creare le condizioni per realizzare un percorso turistico (artistico, culturale, storico, paesaggistico) ed enogastronomico attorno alle aziende”. Pertanto la rassegna viene organizzata una volta all'anno a rotazione nelle diverse valli montane in cui operano i viticoltori aderenti. Il debutto due anni fa a Borgo San Lorenzo, nella Villa Pecori Giraldi, poi ancora Mugello, perché è proprio in questo territorio che opera la maggioranza degli associati, ma è la volta di Scarperia, nel trecentesco Palazzo dei Vicari.
Quest'anno la manifestazione approda in Casentino nel Castello dei Conti Guidi di Poppi.
Il castello di Poppi l'avevo sempre e solo visto da fuori, per i miei frequenti aperitivi in Pratello, dal quale si gode la vista mozzafiato su tutta la vallata.  Alle spalle i monti del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, fino al Monte Penna, sui cui ripidi pendii di roccia nuda si arrocca il Santuario della Verna. Davanti la pianura fino a Bibbiena e oltre, tra Arezzo e Sansepolcro.
Ma i vini?
I vini mi piacciono, hanno una loro identità e un loro perchè di territorio e di intenti, e mi piacciono questi vignaioli che hanno dedicato il primo punto del loro manifesto associativo alla volontà di “migliorare la qualità dei rapporti umani, tra persone che condividono la stessa passione sotto il segno dell'amicizia, dell'impegno, dell'onestà e della convivialità.”
Bene, io vini di persone così li voglio, per questo nella mia carta c'è una pagina dedicata ai pinot nero dell'appennino toscano. L'ultima pagina, come a dire finale di carta in crescendo.
Alla domanda frequente:- ma li vendi?, -ma chi te li prende?- Rispondo che si, li vendo, non i numeri di un chianti rufina e nemmeno i numeri che fanno i vini di alcune zone toscane molto di moda. Numeri molto più modesti ma di grande soddisfazione. Ogni bottiglia stappata è un punto a favore di un essere vignaioli che mi piace. Chi me li prende? I curiosi e quelli che si fidano: -per il vino fai tu-.
Per tutti quelli pro vitigni autoctoni e che arricciano il naso all'idea di un pinot nero di Toscana, rispondo con le parole di Vincenzo Tommasi, presidente dell'associazione: -neanche il cipresso in Toscana è autoctono..-
Nella sala sono proiettate in successione immagini di filari sotto la neve, di vigne abbarbicate su pendii ripidi, di uomini in passamontagna che sorridono all'obiettivo, abbracciati alle mogli e vigneto alle spalle: come a dire vi presento la mia famiglia, è qui che abbiamo messo radici, nel vero senso della parola. Immagini senza musica e si scusano i vignaioli per la mancanza della colonna sonora, che, a detta loro, se ci fosse stata sarebbe stata affidata a Bob Dylan e Johnny Cash (hai detto nulla!) in Girl from the north country. Non sono certa del perchè di questa scelta musicale, mi vergognavo a chiederlo, per cui improvviso l'interpretazione: nord viticoli tutti i territori coinvolti, e fino a qui nulla di nuovo, ma che il pinot nero fosse una girl, mai l'ho pensato. Sarà mica perchè si dice sempre che è una vite difficile e capricciosa?

domenica 4 maggio 2014

ALTA CUCINA

Abbiamo optato per questo ristorantone perché ne abbiamo letto un gran bene (io) e perché lo chef sta sempre in tv (lei), e si è presa la fissa di vederlo in carne e ossa. Insomma ci siamo trovate d'accordo, ognuna per i motivi suoi.
Purtroppo lo chef non c'è..del resto se sta sempre in tv.. Peccato per la foto mancata, che l'Aurora avrebbe pubblicato per giorni sui social, ma io sono qui per mangiare e per questo non mi preoccupo. Mica siamo in una trattoria, tipo quella sull'ebbro colle, in cui se manca il cuoco si chiude, perché è proprio il cuoco colui che cucina. Questo è un altro mondo, quello in cui dello chef illuminato mangi l'idea, non il piatto finito. Cosa che a me va bene lo stesso, era solo per dire.
Ci metto un po' a decidere cosa prendere, poi alla fine scelgo e mi tuffo nella carta dei vini che pesa come un mattone. Se dovessi leggerla tutta, qui si fa anche merenda. Per cui vado dritta alla ricerca di un vino possibilmente buono e che costi meno dell'intero pasto. Sensibilmente meno. Scorro la Francia più veloce che in TGV e salto il resto del mondo che purtroppo non conosco gran che. Poi, dato che alla fine in Italia rimangono un paio di regioni, forse tre, dove si è quasi certi di pescare bene a prezzo ragionevole (vai col totovino), alla fine la consultazione della carta si rivela più veloce del previsto.
L'Aurora è ancora alle prese con il menu.
“ma quanto ci metti a scegliere? Il cameriere sta puntando dritto verso di noi!” sussurro
“questa mania di elencare tutti gli ingredienti..”
“cosa c'è che non va?”
“se per ogni piatto ci sono elencati come minimo 10 ingredienti, aumentano le probabilità che ci sia almeno un ingrediente che non mi piace e che quindi mi porta a scartarlo, il piatto”
in realtà io penso l'esatto contrario, però il punto di vista dell'Aurora è ragionevole.
Alla fine opta per il rombo, perché in mezzo a tutti quegli ingredienti le ricorda qualcosa di familiare. Chissà, forse un pesce a forma di quadrilatero dai lati congruenti..
“ma scusa prima ti scrivono rombo, poi che annega in un guazzetto di acqua di mare delle Fiji, coperto con fette di durian pietrificato, aria di cappero delle Falkland e polvere di macaco mummificato..alla fine manco so più cosa ho scelto”
“e parla piano!!” grido stizzita
“poi mi sono detta: vai prendine uno di questi pesci, tanto quando te lo serviranno camuffato, destrutturato, nascosto in quel bosco di ingredienti, non sarai in grado di riconoscere, per lo meno alla vista, se si tratta di un rombo o di un nasello, per cui..”
“dai l'acqua delle Fiji è trasparente forse lo distinguiamo uno squalo da un'acciuga!”, rido, ma l'Aurora ha di nuovo centrato il punto.
"io trovo bello scoprire un cibo in una forma diversa, alla quale non avrei mai pensato, neanche nei sogni, combinato con ingredienti che spesso non ho mai assaggiato prima"
"questo è vero, diciamo che manca quella sensazione confortante che si prova nel vedere che so, una zuppa  o un qualcosa di familiare e che ti fa pensare: ah eccolo! e col mio contratto cocopro è impossibile familiarizzare con la millefoglie di rombo o con le finte meatballs".
In Verdicchio veritas..avevo scelto le Marche belle. 

martedì 22 aprile 2014

CLIENTE ESIGENTE

Il cliente di Roma, venuto fin quassù per mangiare la fiorentina, vuole un vino che non sia secco, esattamente vuole un vino fruttuoso.
Si dà il caso che la mia carta sia priva di vini fruttuosi per cui cerco di pescare tra i maremmani il vino più fruttato e morbido di cui dispongo. Ma la mia scelta non soddisfa il cliente: all'assaggio, questo vino è ancora troppo secco per i suoi gusti.
Non cerco nemmeno di spiegare il perchè di certi vini o di certe scelta in carta, mi fa proprio fatica sprecare parole e me ne resto zitta abbozzando un sorriso ebete.
Per fortuna il cliente decide di tenere la bottiglia che gli ho proposto e mi tolgo dall'impiccio.
Per poco però, fin quando il vino finisce e me ne chiede un altro, che sia ancora più dolce.
Sono nei guai perchè di più dolce ho solo il vin santo.
Qualunque cosa io stappi sicuramente non gli piacerà, per cui oso. Oso con un vino che piacerebbe a me con la bistecca, che è molto fruttuoso si, ma di spremuta d'agrume (uh che esagerata!) e non certo di confettura di more. Sangiovese quasi di montagna, acidità e beva, Castellina in Chianti. La Rufina era una scelta troppo scontata..
Chiaro che neanche questo lo soddisfa, ma a detta sua e con grande sorpresa mia, questo vino è più vicino a quello che lui ha in mente.
-Ma dai? Se questo vino di morbido c'ha solo il sughero-, questo penso ma non glielo dico, ovvio.
E comunque il cliente ha sempre ragione, l'importante è capire e accontentarlo. Anche se in questo caso, o io o lui, non c'abbiamo capito una mazza.

venerdì 18 aprile 2014

PIACERE INASPETTATO




Prendi uno Chablis semplice, ma non troppo, assolutamente gradevole, nel pieno della sua beva e soprattutto prendilo (bene) a 20€. Poi per caso e per fortuna prendi una Robiola di Roccaverano, quella di Agri Langa in questo caso, fresca e burrosa, acidula, sapida e dagli spiccati aromi di yogurt, erba e fagiolini. Assaporali insieme e, lontano da ogni aspettativa, godi. Il piacere inaspettato è di gran lunga il più potente, per cui fattene un'altra fetta e ripeti l'operazione.
Piacere alla modica cifra di 24€ complessivi.

lunedì 24 marzo 2014

MA COSA E' UN RISTORANTE TURISTICO?

"Si dice ristorante turistico il luogo in cui mangi male e per definizione ti tirano le cannate al momento del conto". Si dice.
ok può darsi che sia così, ma se da fiorentino non ci sono mai entrato in un locale del genere, come faccio a dirlo? e soprattutto da cosa si capisce restando all'esterno che quello è un locale acchiappaturisti?Sicuramente l'ubicazione. Se sei in pieno centro, e né tu, né i tuoi amici avete mai sentito parlare di quel posto e neppure quella manciata di giornalisti del settore ne ha mai scritto una riga, beh un'ideuccia da fiorentino te la fai alla svelta.
L'altra cosa è il menu: di regola è esposto fuori, quindi si può leggere prima di entrare. Se il menu comprende tutti i classici della cucina italiana da Aosta a Canicattì e coesistono per tutto l'anno le lasagne col prosciutto e melone, le fragole col maraschino a febbraio, i ravioli in salsa di noci, il ragù alla bolognese e la vera pizza napoletana col il risotto alla milanese e via giù manco fosse l'indice dell'Artusi, beh da fiorentino rodato un pensierino al menu turistico è quasi d'obbligo
Una cosa alla quale però non avevo mai pensato è l'arredamento. Fino a un paio di settimane fa.. Ovvero fino a che non ci ho messo piede dentro.
Viuzze del centro, menu iperbolico regolarmente esposto. Entro. Il gioco della serata è fare la turista nella mia città.
Il locale è arredato a metà tra la casa di Hansel e Gretel, il ventre della balena di Pinocchio e un negozio di cianfrusaglie d’antiquariato. Non manca proprio niente: ci sono tutti i cliché italiani. C’è il vicolo di Napoli coi panni stesi, le collane di agli e peperoncini, i burattini di legno stile collodi. Ci sono perfino i camerieri in maglietta a righe bianche e rosse con il berretto da gondoliere. L'Italia in miniatura tarocca a bestia.
Dal soffitto pende una moltitudine di lampadari di ogni genere e gusto. Completano gli arredi kitsch rigogliose piante di plastica con fiori finti dai colori sgargianti che ricordano le bouganville delle città di mare del sud
Una cosa sulla quale non avevo mai riflettuto è che, l’effetto della presenza di molti oggetti kitsch in uno stesso luogo, non è una somma degli stessi con risultato kitchissimo. Al contrario la presenza del multikitsch ha l’effetto di annullo, più cose pacchiane messe insieme abbattano il cattivo gusto generale dell'ambiente, che alla fine risulta accettabile. Perfino simpatico.
Mi chiedo: c'è veramente bisogno di tutto questo per colpire l'immaginario del turista? Forse si; di sicuro è quello che pensano gli irlandesi che entrano in un irish pub italiano, pieno di fronzoli e simboli tarocchi della patria di san patrizio. Ma a noi piace, lo vogliamo così, finto, e tappezzato di shamrock
Mi siedo su una poltroncina di legno e velluto, corredata di braccioli imbottiti. Purtroppo avverto subito che una molla del cuscino è partita, il che mi rende la seduta un po scomoda per tutta la sera. Non dico niente però, non voglio passare per la principessa sul pisello. Per cui ogni tanto cambio posizione, il più del tempo sto seduta in punta di sedia, nemmeno fossi in preda a un attacco di emorroidi.
E' la giusta punizione mi dico.
Poi in verità la cena non è stata così terribile e il conto ragionevole. Il che contraddice il postulato iniziale.



mercoledì 19 febbraio 2014

VINI: NASCETTA CHI ERA COSTEI?


Ci sono vini di cui ignoro l'esistenza, altri di cui la ignoravo fino a ieri. Poi arriva un amico che attraversa la grande pianura, valica l'Appennino per farsi una fiorentina, la bistecca intendo, sale sull'ebbro colle e mi omaggia di un cartone di vini vari della sua regione.
È un bel toso veneto il mio amico..
et voilà mi parte il sorrisino di sufficienza da bevitrice di vino dell'ultima ora, snob come non mai, al pensiero di quei vini veneti. E già mi sto sul culo da sola. Astenersi da commenti.
In realtà sono vini particolari ottenuti da uve a me sconosciute, e tac, l'antipatico atteggiamento di sufficienza scompare, spazzato via da un sorriso grande quanto l'arcata dentale. A volte so essere proprio stronza.
Il primo cui tocca il sacrificio è una nascetta, SE 2012 di Poderi Cellario.
Cerco notizie on line su uva nascetta e mi viene in soccorso Andrea Scanzi. Ci vorrebbe uno Scanzi in ogni famiglia, solo quello che parla di vino però, che dalla politica mi voglio disintossicare. M'ha fatto più male al fegato quella che tutti i Southern Comfort bevuti in giovane età. Perchè il Southern? Il primo approccio col distillato ha da essere dolce..
Leggo di vitigno autoctono langarolo, semiaromatico, nativo del Comune di Novello. Uva che grazie all’impegno ed alla dedizione di alcuni produttori, è stata riscoperta e con sforzo è riuscita ad ottenere il riconoscimento a DOC Langhe Nascetta.
Avverto un brivido all'idea del mio palato vergine al gusto della nascetta. Tutto questo mi provoca un forte piacere, quasi una vertigine. E alla fine il pensiero mi fa palpitare più del gusto del vino in se stesso. Perché in sostanza, se mi è permesso dirlo “questo vino non mi è piaciuto”. Avrei potuto anche utilizzare l'espressione più fashion “questo vino non è nelle mie corde”, ma alla fine sta a significare né più né meno: non mi piace. Anche se mi piace molto il progetto, e in genere, lo sforzo che certi produttori compiono per il recupero di vitigni che rischiano di sparire.
Più o meno la stessa cosa che mi è successa col Pugnitello toscano. Bello tutto ma questione di feeling ..e io non ne ho.
Eppure c'è chi paragona la nascetta  ai grandi vini del Reno per longevità. Tra il Reno e SE 2012 c'è di mezzo l'acidità, che nel bicchiere scarseggia, per cui mi è risultato un vino un po' stancante.
Mi riservo di assaggiare ancora le nascetta di Rivetto e di Elvio Cogno, tanto lodate da Ziliani per misurare le mie impressioni.
 

giovedì 6 febbraio 2014

LA CENA PER FARLI CONOSCERE

Ho invitato Luca a cena. Viene con un suo amico: tale Mauro. C’è quella categoria di uomini che se non vanno in coppia come i buoi non avanzano di un metro. Luca appunto. E l’Aurora s’è presa una cotta da quindicenne per lui. Da un po’ di tempo a questa parte gli piacciono gli uomini in carne, quelli col girovita a forte inurbamento adiposo. Fermo restando che panza fa rima con sostanza, da qui a innamorarsi del primo gabibbo che si incontra all’edicola c’è una bella differenza.
Io mi son presa la briga de La cena per farli conoscere, insomma faccio la Pupi, anzi la Pupa della situazione. Ma io sto Luca e compare mica li conosco, cioè i loro gusti a tavola intendo. E che ne so io.. e se fossero crudisti?
No scartato, la pancetta canta un’altra melodia.
E se c’ho a casa l’ospite ignoto è chiaro che mi butto sui grandi classici da famiglia: la pasta, che gode del valore aggiunto “m’ha fatto a mano la Pupa”  condita col pomodoro appena saltato, l’origano lucano (regalatomi a mo’ di dote dalla suocera) e il cacioricotta.
E poi la ciccia, possibilmente una col sugo, tipo lo spezzatino, male che vada possono mangiare le patate. Infine il vino: questa è una di quelle serate in cui è vietato fare gli stucchi e il vino lo si lascia portare agli ospiti. E si salvi chi può.
Ora, la mia dipendenza da fornelli mi spinge tutte le volte a parlare di mangiare e bere anche quando le intenzioni iniziali erano tutt’altre. Lo giuro, io volevo parlare dell’Aurora..
O meglio di noi donne che in particolari situazioni agiamo nel modo esattamente opposto a quello che realmente vorremmo. Durante tutta la cena l’Aurora ha avuto attenzioni più per l’amico che per il povero Luca, di cui dice di essersi invaghita sul serio. Tipico: quando c’è qualcuno che ci interessa sul serio recitiamo la parte delle disinteressate e finiamo con l’ignorarlo. È come se ci aspettassimo che il soggetto in questione capisse al volo ciò che noi stiamo oltremodo tentando di nascondere. Dimenticando così l’aspetto fondamentale, che il soggetto è maschio. E di regola non capisce una mazza neanche se gli fai lo spelling figuriamoci se usi atteggiamenti metaforici.  
Chissà come andrà a finire con un inizio così da supercazzola con doppio avvitamento sul nulla.

La cena finisce invece col tiramisù preparato dall’Aurora, sue proprie mani. Dimenticavo, questa è una di quelle sere in cui anche il dolce lo si lascia portare agli ospiti. E di nuovo si salvi chi può. Ma col tiramisù è più difficile.