martedì 22 aprile 2014

CLIENTE ESIGENTE

Il cliente di Roma, venuto fin quassù per mangiare la fiorentina, vuole un vino che non sia secco, esattamente vuole un vino fruttuoso.
Si dà il caso che la mia carta sia priva di vini fruttuosi per cui cerco di pescare tra i maremmani il vino più fruttato e morbido di cui dispongo. Ma la mia scelta non soddisfa il cliente: all'assaggio, questo vino è ancora troppo secco per i suoi gusti.
Non cerco nemmeno di spiegare il perchè di certi vini o di certe scelta in carta, mi fa proprio fatica sprecare parole e me ne resto zitta abbozzando un sorriso ebete.
Per fortuna il cliente decide di tenere la bottiglia che gli ho proposto e mi tolgo dall'impiccio.
Per poco però, fin quando il vino finisce e me ne chiede un altro, che sia ancora più dolce.
Sono nei guai perchè di più dolce ho solo il vin santo.
Qualunque cosa io stappi sicuramente non gli piacerà, per cui oso. Oso con un vino che piacerebbe a me con la bistecca, che è molto fruttuoso si, ma di spremuta d'agrume (uh che esagerata!) e non certo di confettura di more. Sangiovese quasi di montagna, acidità e beva, Castellina in Chianti. La Rufina era una scelta troppo scontata..
Chiaro che neanche questo lo soddisfa, ma a detta sua e con grande sorpresa mia, questo vino è più vicino a quello che lui ha in mente.
-Ma dai? Se questo vino di morbido c'ha solo il sughero-, questo penso ma non glielo dico, ovvio.
E comunque il cliente ha sempre ragione, l'importante è capire e accontentarlo. Anche se in questo caso, o io o lui, non c'abbiamo capito una mazza.

venerdì 18 aprile 2014

PIACERE INASPETTATO




Prendi uno Chablis semplice, ma non troppo, assolutamente gradevole, nel pieno della sua beva e soprattutto prendilo (bene) a 20€. Poi per caso e per fortuna prendi una Robiola di Roccaverano, quella di Agri Langa in questo caso, fresca e burrosa, acidula, sapida e dagli spiccati aromi di yogurt, erba e fagiolini. Assaporali insieme e, lontano da ogni aspettativa, godi. Il piacere inaspettato è di gran lunga il più potente, per cui fattene un'altra fetta e ripeti l'operazione.
Piacere alla modica cifra di 24€ complessivi.

lunedì 24 marzo 2014

MA COSA E' UN RISTORANTE TURISTICO?

"Si dice ristorante turistico il luogo in cui mangi male e per definizione ti tirano le cannate al momento del conto". Si dice.
ok può darsi che sia così, ma se da fiorentino non ci sono mai entrato in un locale del genere, come faccio a dirlo? e soprattutto da cosa si capisce restando all'esterno che quello è un locale acchiappaturisti?Sicuramente l'ubicazione. Se sei in pieno centro, e né tu, né i tuoi amici avete mai sentito parlare di quel posto e neppure quella manciata di giornalisti del settore ne ha mai scritto una riga, beh un'ideuccia da fiorentino te la fai alla svelta.
L'altra cosa è il menu: di regola è esposto fuori, quindi si può leggere prima di entrare. Se il menu comprende tutti i classici della cucina italiana da Aosta a Canicattì e coesistono per tutto l'anno le lasagne col prosciutto e melone, le fragole col maraschino a febbraio, i ravioli in salsa di noci, il ragù alla bolognese e la vera pizza napoletana col il risotto alla milanese e via giù manco fosse l'indice dell'Artusi, beh da fiorentino rodato un pensierino al menu turistico è quasi d'obbligo
Una cosa alla quale però non avevo mai pensato è l'arredamento. Fino a un paio di settimane fa.. Ovvero fino a che non ci ho messo piede dentro.
Viuzze del centro, menu iperbolico regolarmente esposto. Entro. Il gioco della serata è fare la turista nella mia città.
Il locale è arredato a metà tra la casa di Hansel e Gretel, il ventre della balena di Pinocchio e un negozio di cianfrusaglie d’antiquariato. Non manca proprio niente: ci sono tutti i cliché italiani. C’è il vicolo di Napoli coi panni stesi, le collane di agli e peperoncini, i burattini di legno stile collodi. Ci sono perfino i camerieri in maglietta a righe bianche e rosse con il berretto da gondoliere. L'Italia in miniatura tarocca a bestia.
Dal soffitto pende una moltitudine di lampadari di ogni genere e gusto. Completano gli arredi kitsch rigogliose piante di plastica con fiori finti dai colori sgargianti che ricordano le bouganville delle città di mare del sud
Una cosa sulla quale non avevo mai riflettuto è che, l’effetto della presenza di molti oggetti kitsch in uno stesso luogo, non è una somma degli stessi con risultato kitchissimo. Al contrario la presenza del multikitsch ha l’effetto di annullo, più cose pacchiane messe insieme abbattano il cattivo gusto generale dell'ambiente, che alla fine risulta accettabile. Perfino simpatico.
Mi chiedo: c'è veramente bisogno di tutto questo per colpire l'immaginario del turista? Forse si; di sicuro è quello che pensano gli irlandesi che entrano in un irish pub italiano, pieno di fronzoli e simboli tarocchi della patria di san patrizio. Ma a noi piace, lo vogliamo così, finto, e tappezzato di shamrock
Mi siedo su una poltroncina di legno e velluto, corredata di braccioli imbottiti. Purtroppo avverto subito che una molla del cuscino è partita, il che mi rende la seduta un po scomoda per tutta la sera. Non dico niente però, non voglio passare per la principessa sul pisello. Per cui ogni tanto cambio posizione, il più del tempo sto seduta in punta di sedia, nemmeno fossi in preda a un attacco di emorroidi.
E' la giusta punizione mi dico.
Poi in verità la cena non è stata così terribile e il conto ragionevole. Il che contraddice il postulato iniziale.



mercoledì 19 febbraio 2014

VINI: NASCETTA CHI ERA COSTEI?


Ci sono vini di cui ignoro l'esistenza, altri di cui la ignoravo fino a ieri. Poi arriva un amico che attraversa la grande pianura, valica l'Appennino per farsi una fiorentina, la bistecca intendo, sale sull'ebbro colle e mi omaggia di un cartone di vini vari della sua regione.
È un bel toso veneto il mio amico..
et voilà mi parte il sorrisino di sufficienza da bevitrice di vino dell'ultima ora, snob come non mai, al pensiero di quei vini veneti. E già mi sto sul culo da sola. Astenersi da commenti.
In realtà sono vini particolari ottenuti da uve a me sconosciute, e tac, l'antipatico atteggiamento di sufficienza scompare, spazzato via da un sorriso grande quanto l'arcata dentale. A volte so essere proprio stronza.
Il primo cui tocca il sacrificio è una nascetta, SE 2012 di Poderi Cellario.
Cerco notizie on line su uva nascetta e mi viene in soccorso Andrea Scanzi. Ci vorrebbe uno Scanzi in ogni famiglia, solo quello che parla di vino però, che dalla politica mi voglio disintossicare. M'ha fatto più male al fegato quella che tutti i Southern Comfort bevuti in giovane età. Perchè il Southern? Il primo approccio col distillato ha da essere dolce..
Leggo di vitigno autoctono langarolo, semiaromatico, nativo del Comune di Novello. Uva che grazie all’impegno ed alla dedizione di alcuni produttori, è stata riscoperta e con sforzo è riuscita ad ottenere il riconoscimento a DOC Langhe Nascetta.
Avverto un brivido all'idea del mio palato vergine al gusto della nascetta. Tutto questo mi provoca un forte piacere, quasi una vertigine. E alla fine il pensiero mi fa palpitare più del gusto del vino in se stesso. Perché in sostanza, se mi è permesso dirlo “questo vino non mi è piaciuto”. Avrei potuto anche utilizzare l'espressione più fashion “questo vino non è nelle mie corde”, ma alla fine sta a significare né più né meno: non mi piace. Anche se mi piace molto il progetto, e in genere, lo sforzo che certi produttori compiono per il recupero di vitigni che rischiano di sparire.
Più o meno la stessa cosa che mi è successa col Pugnitello toscano. Bello tutto ma questione di feeling ..e io non ne ho.
Eppure c'è chi paragona la nascetta  ai grandi vini del Reno per longevità. Tra il Reno e SE 2012 c'è di mezzo l'acidità, che nel bicchiere scarseggia, per cui mi è risultato un vino un po' stancante.
Mi riservo di assaggiare ancora le nascetta di Rivetto e di Elvio Cogno, tanto lodate da Ziliani per misurare le mie impressioni.
 

giovedì 6 febbraio 2014

LA CENA PER FARLI CONOSCERE

Ho invitato Luca a cena. Viene con un suo amico: tale Mauro. C’è quella categoria di uomini che se non vanno in coppia come i buoi non avanzano di un metro. Luca appunto. E l’Aurora s’è presa una cotta da quindicenne per lui. Da un po’ di tempo a questa parte gli piacciono gli uomini in carne, quelli col girovita a forte inurbamento adiposo. Fermo restando che panza fa rima con sostanza, da qui a innamorarsi del primo gabibbo che si incontra all’edicola c’è una bella differenza.
Io mi son presa la briga de La cena per farli conoscere, insomma faccio la Pupi, anzi la Pupa della situazione. Ma io sto Luca e compare mica li conosco, cioè i loro gusti a tavola intendo. E che ne so io.. e se fossero crudisti?
No scartato, la pancetta canta un’altra melodia.
E se c’ho a casa l’ospite ignoto è chiaro che mi butto sui grandi classici da famiglia: la pasta, che gode del valore aggiunto “m’ha fatto a mano la Pupa”  condita col pomodoro appena saltato, l’origano lucano (regalatomi a mo’ di dote dalla suocera) e il cacioricotta.
E poi la ciccia, possibilmente una col sugo, tipo lo spezzatino, male che vada possono mangiare le patate. Infine il vino: questa è una di quelle serate in cui è vietato fare gli stucchi e il vino lo si lascia portare agli ospiti. E si salvi chi può.
Ora, la mia dipendenza da fornelli mi spinge tutte le volte a parlare di mangiare e bere anche quando le intenzioni iniziali erano tutt’altre. Lo giuro, io volevo parlare dell’Aurora..
O meglio di noi donne che in particolari situazioni agiamo nel modo esattamente opposto a quello che realmente vorremmo. Durante tutta la cena l’Aurora ha avuto attenzioni più per l’amico che per il povero Luca, di cui dice di essersi invaghita sul serio. Tipico: quando c’è qualcuno che ci interessa sul serio recitiamo la parte delle disinteressate e finiamo con l’ignorarlo. È come se ci aspettassimo che il soggetto in questione capisse al volo ciò che noi stiamo oltremodo tentando di nascondere. Dimenticando così l’aspetto fondamentale, che il soggetto è maschio. E di regola non capisce una mazza neanche se gli fai lo spelling figuriamoci se usi atteggiamenti metaforici.  
Chissà come andrà a finire con un inizio così da supercazzola con doppio avvitamento sul nulla.

La cena finisce invece col tiramisù preparato dall’Aurora, sue proprie mani. Dimenticavo, questa è una di quelle sere in cui anche il dolce lo si lascia portare agli ospiti. E di nuovo si salvi chi può. Ma col tiramisù è più difficile.

CIBO DI QUALITA'

Ieri in negozio ho comprato due cardi gobbi e due manciate di misticanza di campo che mi faceva gola nonostante il freddo umido. Prodotti Bio di una nota azienda del Valdarno, eccellenza toscana, un vero mostro sacro per i GAS della zona ecc ecc. Ho speso quasi 8 eurini. Non ho potuto fare a meno di pensare alla tiritera cibo di qualità uguale privilegio per pochi. I gobbi sono ancora lì, il loro turno è stasera. La misticanza, che dalle mie parti si chiama genericamente “l’erba scoltellata”, non ha visto la notte tanto era buona, croccante e fresca di praticello.

Non mi pento di certo degli 8 euro, è una spesa che fortunatamente posso ancora permettermi, ma resta la sensazione di un qualcosa che non torna.

martedì 24 dicembre 2013

A CASA MIA NON E' NATALE SE.. (REMIX)

Questo post l'ho pubblicato per Natale dell'anno scorso, anche per quest'anno valgono le stesse considerazioni pertanto ecco la mia tavola per la cena del 25.  Auguri a tutti!
Dunque dicevo che a casa mia non è Natale se sulla tavola imbandita per la cena non ci sono nell’ordine:
  • l’insalata russa, la soviet salad come la chiamiamo in famiglia, colei che rende dignità alle carote e alle patate lesse, grazie all’oscena sensualità di una maionese ben fatta. E non sottovalutate la capacità liberatoria di frustare la maionese, quale spurgo da stress prefestività..
  •  i tortellini in brodo, che ormai per il secondo  terzo anno consecutivo (versione aggiornata al 2013) son diventati dei cappelletti all’uso di Romagna (7° ricetta nel libro dell’Artusi) in brodo di cappone, perché come raccomanda il gastronomo “questa minestra per rendersi più grata al gusto richiede il brodo di cappone, quel rimminchionito animale che per sua bontà si offre nella solennità di Natale in olocausto agli uomini”. E non fissatevi sulla fatica di realizzare cappelletti grandi come una mentina o poco più: le dimensioni sono decisive per il risultato finale. Ma c’è di più, e quel di più è per colpa del buon Paolo Teverini. Avete presente quel bel grasso che affiora dal brodo di cappone? Ok toglietelo e mantecateci i cappelletti cotti al dente nel brodo, che poi servirete a parte in tazza. E io l’ho fatto, l’ho fatto per due volte.. Teverini non t’avessi mai incontrato! La ricetta è complessa e un tantino opulenta, ma è perfetta nel suo insieme, e una ricetta perfetta non si cambia. Tenetelo a mente.
  • i piselli surgelati cotti con la "carne secca" (rigatino): da sempre ci son stati nei Natali di cui conservo memoria e mia nonna  si raccomandava  che fossero i pisellini primavera, non quei piselli novelli cicciuti, a detta di lei troppo dolci.. e a questo proposito care amiche converrete con me che questo è l’unico caso in cui son da preferire i pisellini fini..
  • le confezioni di polistirolo con i datteri allineati e la forchettina di plastica bianca a forma di ballerina. Quando mi son recata per studio in Tunisia per apprendere le tecniche irrigue in condizioni di aridità, ho cercato disperatamente le signorine/ballerine con la gonna in paglia, ma ho trovato solo uomini in jeans che giravano per le piantagioni di datteri col motorino. Babbo Natale non è il solo che non esiste..

giovedì 14 novembre 2013

AL RISTORANTE TUTTO FA BROADWAY

La notizia è della settimana scorsa, quella relativa a due noti ristoranti parigini très chic la cui politica è quella di mettere in mostra vicino alle vetrine i clienti belli, e di relegare a angoli appartati e poco in vista i clienti brutti.
Così riferiscono alcuni camerieri impiegati nei locali stessi.
Al di là delle questioni logistiche del tipo come fai a sapere se il cliente che prenota è bello o brutto se non lo conosci, c’è la spinosa questione etica: che stabilisce chi sia bello o brutto, e in base a quali canoni?
Secondo il racconto di una delle cameriere il proprietario si esprimeva con espressioni del tipo: “che ci fa quel ciccione in mezzo al ristorante, mi fa scappare tutti i clienti”.
Pertanto anche al ristorante si applicano i canoni estetici medi televisivi ovvero visi stirati e abbrustoliti da solarium ad alta pressione, donne dalla magrezza più emaciata che fashion, tutte spigoli più morti che vivi, la cui unica morbidezza sta nelle labbra al silicone: ma che roba mangiano persone così? È un’insalata scondita che il ristoratore vuole vendere? Ai fini pubblicitari non sarebbero più efficaci donne botero che in vetrina si scofanano due fette di patè de campagne con pane e burro bretone?
Questa è la celebrazione di un tipo di marketing in cui la pubblicità al locale non la fa il cibo, ma il cliente, non con il tanto agognato passaparola ma con il passa di qui, guarda quanto sono bello in vetrina e fermati.  Logica chiaramente inapplicabile per quei locali le cui sale si affacciano su corti interne e quant’altro. Se fossi il gestore di una delle buche fiorentine potrei suicidarmi..
I clienti diventano ignari attori protagonisti di una pubblicità occulta (ma neanche tanto occulta), che recitano in pubblico pezzi di vita vera e privata, condividono momenti intimi come lo stare a tavola e mangiare, in vetrine palcoscenico di indigeribili realityrestaurant.
Della seria cosa non si farebbe per metter su due coperti in più..

E io non posso fare a meno di pensare che al ristorante non tutto fa brodo, ma molto fa Broadway 

sabato 9 novembre 2013

VINI AMICI: ADDIO SOLITE SCUSE


Infame.
Essere immondo
Gabibbo impedito
-Ehi ti vuoi calmare?
-Calmare un corno! Tanto per restare in tema..
Ci siamo, cuore infranto.
Nel mio passato di ragazza tonda, più simile all’orso Yoghi che alla fata turchina, ho collezionato un bel numero di fregature. Le scuse erano talvolta dei veri capolavori di idiozia. Ora ci rido. Ma quella dell’Aurora ha dell’incredibile. Alla sua (di lei) domanda: cosa ci facevi con quella panterona cotonata già maggiorenne negli anni Ottanta?
Lui con l’aria seriosa di chi vuol convincere prima se stesso di lei le ha dato la seguente risposta:
-una chiacchierata. Mi ha dato delle grandi soddisfazioni mentali..
mi prende un colpo di tosse, senti questo che genio
-E tu cosa gli hai risposto a Einstein?
-Gli ho dato la formula per andare affangiro con moto accelerato. Avrà di che elucubrare..visto che cerca soddisfazioni
-E poi?
-E poi è partita la terapia d’urto: rum e cola e nicotina
-Ma che sei scema? Vuoi dimenticare o perforarti lo stomaco con quella schifezza?

Tiro fuori la mia cura dal frigorifero: è un trebbiano d’abruzzo di Masciarelli, è del 2010, ma tutt’altro che pensionabile. Direi che è il vino perfetto, primo perché in frigo c’ho solo questo, secondo perché la bottiglia costa poco più di 5 eurini. Adoro questi vini con investimento a basso rischio, nel senso che, male che vada, c’hai speso poco. Masciarelli invece è l’affare sicuro, i frutti son tangibili (agrume e pesca!), il godimento è immediato, con finale in crescendo. Alto gradimento per l’allungarsi in persistenza. Tutte caratteristiche che per lo più sfuggono al maschio medio italico..
In alto i calici in onore ai vini amici, vale a dire quelli che ti puoi permettere, che hanno un’ottima funzione analgesica contro quei dolori al petto che spesso son più fitte al cuore. Per i casi più gravi come cuori sbriciolati consiglio di passare direttamente al pane e mortadella.

lunedì 4 novembre 2013

IL VINO DEGLI ALTRI

"Sabri vengo su a trovarti così si fa due chiacchiere e ti porto qualcosa da bere insieme".
Il nostro bere insieme si chiama Gottardi, e senti che bel nome, da ripetere a mo' di rosario, almeno due volte al giorno.

Ce ne beviamo un po’ insieme poi io devo alzarmi: la sala inizia a riempirsi.
Tra una comanda e l’altra saluto il mio amico caro, che si alza abbastanza presto: la conversazione è finita bruscamente causa avventori
-Tranqui sabri io non la finisco, quel che resta è per te, te la bevi in tranquillità a fine servizio e mi chiami, così si finisce il discorso.
-Ok e scusa, ti chiamo dopo con mazzon alla mano

Rientro in sala per sbarazzare il tavolo e portare nelle retrovie il buon Gottardi. Caspita come è leggera la bottiglia. Caspita è vuota! Ma non aveva detto che..
Mi basta una rapida occhiata al tavolo di fianco per capire che nei loro bicchieri non c’è il Morellino che gli ho servito.. ci saranno almeno 5 toni di rosso di scarto. Se a qualcuno di Scansano gli esce un sangiovese di quel colore, è meglio che si metta a vendere il Kirby. Tanto fregatura per fregatura..
Madonna che stizza, son paonazza dalla rabbia, quel vino era mio, mio, me lo dovevo fare io il buon Gottardi, con tenerezza e garbo, non darlo in pasto a cougar girl agghindate da far andare in tilt tutti i metal detector da qui a Capo Nord. Speriamo che almeno lo abbiano apprezzato, anche se ho i miei dubbi: avere rispetto per qualcosa, vuol dire anche chiedere prima il permesso per..
Tralascio lo sproloquio che mi viene in punta di lingua, che al cospetto Tondelli scriveva le lettere agli apostoli..
Pongo la domanda più in generale: se al tavolo accanto lasciano del vino nella bottiglia, quel vino è già pagato, quindi non si arreca nessun danno economico al ristoratore se lo si beve, ma questo autorizza qualcun altro a scolarselo zitto zitto e poi riporre la bottiglia sul tavolo con indifferenza?
Voi lo fareste mai? O peggio lo avete mai fatto? Avete visto qualcuno che lo faceva?

Altrimenti mi chiedo: ma capitano tutte a me?