giovedì 6 febbraio 2014

CIBO DI QUALITA'

Ieri in negozio ho comprato due cardi gobbi e due manciate di misticanza di campo che mi faceva gola nonostante il freddo umido. Prodotti Bio di una nota azienda del Valdarno, eccellenza toscana, un vero mostro sacro per i GAS della zona ecc ecc. Ho speso quasi 8 eurini. Non ho potuto fare a meno di pensare alla tiritera cibo di qualità uguale privilegio per pochi. I gobbi sono ancora lì, il loro turno è stasera. La misticanza, che dalle mie parti si chiama genericamente “l’erba scoltellata”, non ha visto la notte tanto era buona, croccante e fresca di praticello.

Non mi pento di certo degli 8 euro, è una spesa che fortunatamente posso ancora permettermi, ma resta la sensazione di un qualcosa che non torna.

martedì 24 dicembre 2013

A CASA MIA NON E' NATALE SE.. (REMIX)

Questo post l'ho pubblicato per Natale dell'anno scorso, anche per quest'anno valgono le stesse considerazioni pertanto ecco la mia tavola per la cena del 25.  Auguri a tutti!
Dunque dicevo che a casa mia non è Natale se sulla tavola imbandita per la cena non ci sono nell’ordine:
  • l’insalata russa, la soviet salad come la chiamiamo in famiglia, colei che rende dignità alle carote e alle patate lesse, grazie all’oscena sensualità di una maionese ben fatta. E non sottovalutate la capacità liberatoria di frustare la maionese, quale spurgo da stress prefestività..
  •  i tortellini in brodo, che ormai per il secondo  terzo anno consecutivo (versione aggiornata al 2013) son diventati dei cappelletti all’uso di Romagna (7° ricetta nel libro dell’Artusi) in brodo di cappone, perché come raccomanda il gastronomo “questa minestra per rendersi più grata al gusto richiede il brodo di cappone, quel rimminchionito animale che per sua bontà si offre nella solennità di Natale in olocausto agli uomini”. E non fissatevi sulla fatica di realizzare cappelletti grandi come una mentina o poco più: le dimensioni sono decisive per il risultato finale. Ma c’è di più, e quel di più è per colpa del buon Paolo Teverini. Avete presente quel bel grasso che affiora dal brodo di cappone? Ok toglietelo e mantecateci i cappelletti cotti al dente nel brodo, che poi servirete a parte in tazza. E io l’ho fatto, l’ho fatto per due volte.. Teverini non t’avessi mai incontrato! La ricetta è complessa e un tantino opulenta, ma è perfetta nel suo insieme, e una ricetta perfetta non si cambia. Tenetelo a mente.
  • i piselli surgelati cotti con la "carne secca" (rigatino): da sempre ci son stati nei Natali di cui conservo memoria e mia nonna  si raccomandava  che fossero i pisellini primavera, non quei piselli novelli cicciuti, a detta di lei troppo dolci.. e a questo proposito care amiche converrete con me che questo è l’unico caso in cui son da preferire i pisellini fini..
  • le confezioni di polistirolo con i datteri allineati e la forchettina di plastica bianca a forma di ballerina. Quando mi son recata per studio in Tunisia per apprendere le tecniche irrigue in condizioni di aridità, ho cercato disperatamente le signorine/ballerine con la gonna in paglia, ma ho trovato solo uomini in jeans che giravano per le piantagioni di datteri col motorino. Babbo Natale non è il solo che non esiste..

giovedì 14 novembre 2013

AL RISTORANTE TUTTO FA BROADWAY

La notizia è della settimana scorsa, quella relativa a due noti ristoranti parigini très chic la cui politica è quella di mettere in mostra vicino alle vetrine i clienti belli, e di relegare a angoli appartati e poco in vista i clienti brutti.
Così riferiscono alcuni camerieri impiegati nei locali stessi.
Al di là delle questioni logistiche del tipo come fai a sapere se il cliente che prenota è bello o brutto se non lo conosci, c’è la spinosa questione etica: che stabilisce chi sia bello o brutto, e in base a quali canoni?
Secondo il racconto di una delle cameriere il proprietario si esprimeva con espressioni del tipo: “che ci fa quel ciccione in mezzo al ristorante, mi fa scappare tutti i clienti”.
Pertanto anche al ristorante si applicano i canoni estetici medi televisivi ovvero visi stirati e abbrustoliti da solarium ad alta pressione, donne dalla magrezza più emaciata che fashion, tutte spigoli più morti che vivi, la cui unica morbidezza sta nelle labbra al silicone: ma che roba mangiano persone così? È un’insalata scondita che il ristoratore vuole vendere? Ai fini pubblicitari non sarebbero più efficaci donne botero che in vetrina si scofanano due fette di patè de campagne con pane e burro bretone?
Questa è la celebrazione di un tipo di marketing in cui la pubblicità al locale non la fa il cibo, ma il cliente, non con il tanto agognato passaparola ma con il passa di qui, guarda quanto sono bello in vetrina e fermati.  Logica chiaramente inapplicabile per quei locali le cui sale si affacciano su corti interne e quant’altro. Se fossi il gestore di una delle buche fiorentine potrei suicidarmi..
I clienti diventano ignari attori protagonisti di una pubblicità occulta (ma neanche tanto occulta), che recitano in pubblico pezzi di vita vera e privata, condividono momenti intimi come lo stare a tavola e mangiare, in vetrine palcoscenico di indigeribili realityrestaurant.
Della seria cosa non si farebbe per metter su due coperti in più..

E io non posso fare a meno di pensare che al ristorante non tutto fa brodo, ma molto fa Broadway 

sabato 9 novembre 2013

VINI AMICI: ADDIO SOLITE SCUSE


Infame.
Essere immondo
Gabibbo impedito
-Ehi ti vuoi calmare?
-Calmare un corno! Tanto per restare in tema..
Ci siamo, cuore infranto.
Nel mio passato di ragazza tonda, più simile all’orso Yoghi che alla fata turchina, ho collezionato un bel numero di fregature. Le scuse erano talvolta dei veri capolavori di idiozia. Ora ci rido. Ma quella dell’Aurora ha dell’incredibile. Alla sua (di lei) domanda: cosa ci facevi con quella panterona cotonata già maggiorenne negli anni Ottanta?
Lui con l’aria seriosa di chi vuol convincere prima se stesso di lei le ha dato la seguente risposta:
-una chiacchierata. Mi ha dato delle grandi soddisfazioni mentali..
mi prende un colpo di tosse, senti questo che genio
-E tu cosa gli hai risposto a Einstein?
-Gli ho dato la formula per andare affangiro con moto accelerato. Avrà di che elucubrare..visto che cerca soddisfazioni
-E poi?
-E poi è partita la terapia d’urto: rum e cola e nicotina
-Ma che sei scema? Vuoi dimenticare o perforarti lo stomaco con quella schifezza?

Tiro fuori la mia cura dal frigorifero: è un trebbiano d’abruzzo di Masciarelli, è del 2010, ma tutt’altro che pensionabile. Direi che è il vino perfetto, primo perché in frigo c’ho solo questo, secondo perché la bottiglia costa poco più di 5 eurini. Adoro questi vini con investimento a basso rischio, nel senso che, male che vada, c’hai speso poco. Masciarelli invece è l’affare sicuro, i frutti son tangibili (agrume e pesca!), il godimento è immediato, con finale in crescendo. Alto gradimento per l’allungarsi in persistenza. Tutte caratteristiche che per lo più sfuggono al maschio medio italico..
In alto i calici in onore ai vini amici, vale a dire quelli che ti puoi permettere, che hanno un’ottima funzione analgesica contro quei dolori al petto che spesso son più fitte al cuore. Per i casi più gravi come cuori sbriciolati consiglio di passare direttamente al pane e mortadella.

lunedì 4 novembre 2013

IL VINO DEGLI ALTRI

"Sabri vengo su a trovarti così si fa due chiacchiere e ti porto qualcosa da bere insieme".
Il nostro bere insieme si chiama Gottardi, e senti che bel nome, da ripetere a mo' di rosario, almeno due volte al giorno.

Ce ne beviamo un po’ insieme poi io devo alzarmi: la sala inizia a riempirsi.
Tra una comanda e l’altra saluto il mio amico caro, che si alza abbastanza presto: la conversazione è finita bruscamente causa avventori
-Tranqui sabri io non la finisco, quel che resta è per te, te la bevi in tranquillità a fine servizio e mi chiami, così si finisce il discorso.
-Ok e scusa, ti chiamo dopo con mazzon alla mano

Rientro in sala per sbarazzare il tavolo e portare nelle retrovie il buon Gottardi. Caspita come è leggera la bottiglia. Caspita è vuota! Ma non aveva detto che..
Mi basta una rapida occhiata al tavolo di fianco per capire che nei loro bicchieri non c’è il Morellino che gli ho servito.. ci saranno almeno 5 toni di rosso di scarto. Se a qualcuno di Scansano gli esce un sangiovese di quel colore, è meglio che si metta a vendere il Kirby. Tanto fregatura per fregatura..
Madonna che stizza, son paonazza dalla rabbia, quel vino era mio, mio, me lo dovevo fare io il buon Gottardi, con tenerezza e garbo, non darlo in pasto a cougar girl agghindate da far andare in tilt tutti i metal detector da qui a Capo Nord. Speriamo che almeno lo abbiano apprezzato, anche se ho i miei dubbi: avere rispetto per qualcosa, vuol dire anche chiedere prima il permesso per..
Tralascio lo sproloquio che mi viene in punta di lingua, che al cospetto Tondelli scriveva le lettere agli apostoli..
Pongo la domanda più in generale: se al tavolo accanto lasciano del vino nella bottiglia, quel vino è già pagato, quindi non si arreca nessun danno economico al ristoratore se lo si beve, ma questo autorizza qualcun altro a scolarselo zitto zitto e poi riporre la bottiglia sul tavolo con indifferenza?
Voi lo fareste mai? O peggio lo avete mai fatto? Avete visto qualcuno che lo faceva?

Altrimenti mi chiedo: ma capitano tutte a me?

mercoledì 30 ottobre 2013

BERE DA RICCHI


Sono seduta a un tavolo con alcuni colleghi della buona ristorazione fiorentina. L’occasione è una             degustazione di vini organizzata da uno dei nostri fornitori. Il contesto è molto informale ma i vini che si stappano son tanta roba. Nei bicchieri il Piemonte rules, con un Barolo Le Vigne 1999 di Sandrone in grande spolvero. Conclude la sessione Gaja con un Barbaresco del 2001.
Ma non finisce qui: l’agente, sveglio e gaudente, che del resto ci vuol vendere almeno un vagone di vino cadacranio prima che le degustazione sia finita, sa bene che ci deve stupire e gioca la carta nascosta; arriva in tavola ancora Gaja: stavolta è un Sorì San Lorenzo ancora in fasce che viene sacrificato per il piacere degli ospiti.


Questi son quei momenti in cui mi dico che io faccio il lavoro più bello del mondo.
Sennò col cavolo che mi potevo permettere di stappare bottiglie così, una dietro l’altra, senza polverizzare larga parte della paghetta mensile. Le alternative potrebbero essere due: o mi trovo un fidanzato facoltoso, ma onestamente mi pare improbabile: non c’ho le misure adatte, o ripiego sull’ignoranza. Se ignorassi l’esistenza di barolo centravanti di sfondamento, forse non mi verrebbero tutte queste voglie e potrei vivere felice e ignara..e magari pure astemia. (e che ho fatto di male per vivere così?)
Vicino a me siede un collega, caro amico e affezionato cliente, nonché gestore di uno dei caffè più cool della città. Arguto selezionatore di etichette, ne sa una più del diavolo in fatto di vini. Lo provoco:
-Senti Sandro ma quale ti è piaciuto di più?
Lui mi guarda con l’aria di chi ha capito, non dico tutto, ma parecchie cose più di me sicuramente, e afferma: “ma il Sorì naturalmente!”
-ma questo Barbaresco al momento gli sta facendo le scarpe al Sorì infante!- ribatto io ingenuamente.
Lui mi mette la mano sulla spalla: - cosa vuoi che ti dica cara, a me piace bere da ricchi- E mi sfodera un sorriso furbo e soddisfatto.
-Dunque non è più il vino in se, è il prezzo a scatenare il godimento! La potenza del bere plutocratico, senza tirare fuori un centesimo. Sandro sei troppo avanti!- Sorrido anche io e gli strizzo l’occhio: collega illuminato..


lunedì 21 ottobre 2013

ENJOY THE SILENCE MA NON A TAVOLA


“Amare al buio, dormire al sole e mangiare in silenzio: tre sciocchezze”. Così scriveva Ugo Ojetti.
In effetti quando ho letto la notizia di EAT, il ristorante di Brooklyn in cui si mangia solo stando zitti, l’ho pensato anche io: “Vai eccone un’altra!”
Alla mia tavola se regna il silenzio è perché o sono da sola (e mangiare da soli è una delle cose che mi mettono più tristezza), oppure c’è maretta tra i commensali, gli sguardi son bassi e il boccone fatica a scendere.. Ho anche il ricordo di mio padre che batteva la mano sul tavolo “silenzio a tavola!” quando io o mio fratello s’era combinato qualche guaio.

Poi mi immagino di essere in un locale pubblico in cui tutti tacciono: forse sono talmente abituata al rumore che il silenzio “condiviso” con estranei mi mette a disagio.. e proseguendo a ragionare con fare leggero mi vien da pensare: e se mi scappa uno starnuto? Un colpo di tosse? Là dove regna il silenzio questi rumori di vita potrebbero sfociare in inquinamento acustico acuto.

Ma cerchiamo di vederla dall’altro lato: lo spirito che ha motivato l’originale ristoratore newyorkese ha più a che fare con lo zen. Secondo Nick Nauman, il gestore del locale, non parlare a tavola “è un modo di concentrarsi sull’esperienza del mangiare, una delle attività umane più profonde”.
Leggo sullo yoga journal, che consulto per l’occasione, che esiste una Meditazione Culinaria all’interno della quale “ Mangiare in silenzio può aiutare a mantenere un atteggiamento espansivo e a concentrarsi per assorbire il nutrimento nel proprio essere. Anche in città, nel quotidiano, si possono fare scelte in linea con questi principi: magari scegliendo un’assolata panchina in un bel parco ed evitando i bar angusti e affollati”. E se questo è un principio zen, allora è pure il mio, io che di regola ho un pensiero solo zenzero e zero zen.

In qualità di cuoca/ristoratrice io sono la prima a urlare a bassa voce: “Fate silenzio, non sentiamo i sapori!”, ma allo stesso tempo vi prego di non invitarmi a cena chiedendomi di stare zitta. Mi vien l’ansia al solo pensiero.

venerdì 18 ottobre 2013

IL PRANZO DELLE STELLE

L’anno scorso ne parlai qui, definendolo il giorno perfetto. Vi può essere un secondo perfect day nella vita? Parrebbe di si..
Rieccomi alle prese coi fornelli della cucina della Nara a terminare il mio cinghiale in dolceforte per il pranzo delle stelle. A breve nel salotto di casa apparecchiato a festa si siederanno più stelle che in un firmamento. Dal nord al sud della penisola una ventina di astri, in orbita sui cieli fiorentini in occasione della presentazione della guida ristoranti d'Italia dell’Espresso, arresteranno per qualche ora la loro traiettoria celestiale proprio qui, in questa casa della nonna dagli arredi anni sessanta.
Come l’anno scorso io son su di giri a mille, anzi di più perché i commensali sono aumentati. Pare che il pranzo dell’anno passato sia loro piaciuto parecchio, per cui son tornati tutti e se ne sono aggiunti altri. Mi pare un sogno, vederli entrare e salutarmi con parole come: ciao Sabrina che bello rivedersi!.
Caspita mi hanno riconosciuto!? Segue: Moio o non moio?
Godere della loro compagnia in una situazione familiare, osservarli nelle vesti di persone normali, anziché angelicate, che si affaccendano a sparecchiare, servire i colleghi, c’è un due stelle che ramazza il pavimento.. tutto questo è per pochi e io ci sono. Credo di essere fortunata, anzi oggi me ne sono convinta.
Il three starred chef dall’accento tedesco mi sfila i piatti di mano: “lascia faRRe ci penZo io, siedi con noi”.
Oppongo resistenza, ma non troppa, visto che in tavola stanno sfilando di bicchiere in bicchiere, nell’ordine Egly Ouriet, Ulysse Collin, Salon (e ripeto Salon) e una magnum di Baron de L del 2002 (ripeto anche questo scandendo ogni sillaba). Credo sia opportuno che mi sieda e alla svelta.

Se potessi scegliere mi siederei al fianco del viareggino più grande, quell’uomo non più giovanissimo, dall’aspetto dolce e pacato, colui che qualche anno fa mi introdusse al piacere del pesce crudo più buono della mia vita. Così, teneramente gli cingerei il braccio e chinerei la testa sulla sua spalla sussurrando “perché il mio cuocobabbo non ti assomiglia neanche un po'?”

martedì 15 ottobre 2013

VADEMECUM PER IL RISTORATORE SERENO E SENZA ULCERA


  1. Tutti i gusti son gusti, anche quelli discutibili. In fondo è un pubblico pagante. Senza questa sorta di credo ristoratore munisciti di maalox  in dosi massicce. Non tutti i gusti sono però son gusti tollerabili. Rifiuta quindi di praticare azioni culinarie scorrette
  2. Non fare previsioni, la logica e l’analogia non funzionano dentro le mura di una trattoria. Se proprio non puoi rinunciare ai pronostici, falli calcistici, le possibilità di azzeccarci triplicheranno all’istante.
  3. scegli oculatamente il giorno di chiusura settimanale. Tieni a mente che il lunedì e il martedì non c’è una mazza da fare in giro, gli amici reduci dal week end son barricati in casa e molti ristoranti son chiusi. Non potresti far scelta peggiore.. Si ricorda che il turno di riposo di due giorni is megl che one
  4. sii felice di essere a lavorare la domenica e tutte le feste comandate. Altrimenti ti toccherebbe il pranzo dalla suocera che si ostina a cucinare con la margarina perché è leggera e fa bene alla salute, e prima di salutarti ti regala una preziosa bottiglia della collezione Giordano Vini
  5. non dare le ricette sbagliate ritenendole tue. Pensi che in sei miliardi di persone sulla terra nessuno abbia avuto la tua idea di abbinare le fragole alla panna?
  6. dai pure ricette sballate, tanto il 90 per cento di coloro che te le chiedono non le faranno mai
  7. non ti stupire se ti chiedono il tartufo marzolo a novembre
  8. stupisciti pure se cercano un chianti con poco sangiovese
  9. varia spesso le proposte in carta per accontentare i clienti desiderosi di cose nuove
  10. non variare le pietanze in carta: “ma come ero venuto per le tagliatelle ai porcini e non ci sono!” Sono desolato, le tagliatelle ne ho quante ne vuole, i porcini son finiti qualche mese fa..
  11. le persone non ascoltano, abituatici. “perdonatemi, oggi non è disponibile l’insalata di trippa, tutto il resto è indicato in carta”. – bene allora ci porti un raviolo, delle verdure grigliate e un’insalata di trippa-. Appunto.
  12. non rinunciare alle ferie (sei un grande, ma non sei un eroe), anche se per la stagionalità del tuo lavoro ti tocca la settimana a novembre quando piove o a febbraio quando c’è la neve. Qualunque giorno tu decida di chiudere per vacanza ci sarà sempre quel cliente che ti infama perché chiudi proprio la settimana in cui casca il suo anniversario più importante.
  13. rinuncia alle ferie se non vuoi trovarti almeno un paio di frigo che non ripartono al momento della riapertura. Succede sempre, anche se hai chiuso solo per un paio di giorni.
  14. impara a convivere col cook lag, ovvero quella nausea che ti prende alla 14esima ora di lavoro e smetti perciò di chiederti come fai ad avere gli urti di vomito senza aver mangiato niente. La sensazione è molto simile al jet lag che ti avverte che stai fuori fuso, mentre il cook lag ti avverte che sei fuso e basta  

venerdì 4 ottobre 2013

PET THERAPY o anche PET RESCUE SAGA

Rocky, alias il vicino di casa della Marta, quello del pianerottolo di sotto insomma, esce tutte le mattine, felpa e cappuccio, a fare la corsetta col cane.
Il mio vicino di casa invece si chiama Torello, età imprecisata; a vederlo è arzillo e in forma, ma si vocifera in paese che sia del Venti o giù di lì. Un vero Rocky, una roccia che ancora ogni mattina va all’orto e con cui intrattengo conversazioni quotidiane del tipo: Ciao Torello, come si va oggi? -bongiorno mimma, piove governo ladro! Oppure -bongiorno mimma, gliè cardo maremma campanile!
Rocky l’altro invece ha un beagle con tanto di campanellino, che tutte le volte che vede la Marta per le scale gli pianta una canizza da paura. Di conseguenza lei vorrebbe solo fargli conoscere la durezza del suo sandalino col tacco di legno. Fortuna, dico io, che il suo padrone è niente male, cosa che trattiene la Marta dalle sue ire funeste nei confronti della povera bestiola, che invece quando vede me scodinzola e si butta a terra pancia all’aria per farsi fare i grattini. Il padrone non mi degna d’uno sguardo, ovviamente. Il fatto è, che il fiuto del cane avverte tutti i profumini allettanti della cucina del ristorante che mi porto a spasso ovunque, mentre per il padrone più semplicemente puzzo di soffritto e di composti al benzopirene della bistecca grigliata.
Son punti di vista.
-Quello del piano di sotto non si sgancia mai da quel suo cane inviperito-
-Marta, il cane è il miglior amico dell’uomo
-Il problema sabri è che tu ami i cani..in genere.
-Porca miseria colpisci sempre dritta tu eh? mica è colpa mia se li becco tutti io, alla fine mi son presa  un cane vero e ho scoperto l’amore incondizionato. E poi, se il cane è il miglior amico dell’uomo, perché non può esserlo anche per la donna?
-Perché il miglior amico di una donna di solito non abbaia ma vibra- dichiara in tono solenne
(..)
Silenzio.
Scoppio di risa fragorose fino a lacrimare.
Dalle scale arriva un suono di campanellino; stridere di sedia sul pavimento e una ragazza (senza marito siam sempre ragazze anche in prossimità dei quaranta!) bionda si precipita di corsa verso la porta
-rapporti di buon vicinatooo!!! mi urla
-potrebbero migliorare di molto comprando una confezione di crocchette o qualche biscotto per il pet del vicino. E poi vatti a controllare le cinquanta sfumature della parola pet
(continua..)

Non ho mai giocato alla Pet Rescue Saga, lo giuro.