giovedì 14 maggio 2026

A cena con le amiche. Qualche anno dopo

 


Il tempo passa, le amicizie belle per fortuna restano.

Ho scritto molto delle serate con le amiche e sì, sono sempre loro, ma qualche anno dopo. Praticamente il tempo che ci è voluto per fissare una data che andasse bene a tutte.

Ora che siamo qui, ricordiamo gli anni e le situazioni buffe in cui ci siamo trovate, quello che ci faceva ridere, per cosa ci saremmo strappate i capelli o le mutande, a seconda della situazione. E non posso fare a meno di notare il nostro cambiamento.

Ma cominciamo dall'inizio. Mi preparo per tempo e scendo in città. Parcheggio come al solito a distanza di sicurezza dal centro, dai viali, dal caos primordiale che regna a Firenze e poi mi sposto con la mia bici, ne ho una di quelle pieghevoli che si tengono nel bagagliaio. Indosso una gonna lunga plissé, per coprire quelle ciccette che sono sopraggiunte nell'ultimo anno, che non si sono accumulate in quarant'anni di onorati eccessi, ma soltanto ora, che bevo meno e mangio ad orari regolari. E mi muovo in bici. 

Bastano solo due  pedalate e la ruota non gira più e per poco non vado in terra. Barcollo ma evito la caduta. Che diamine succede? La gonna svolazzante si è incastrata nella catena e sono un tutt'uno con la bici, l'orlo a piega doppia è solidale con le corone dentate del cambio. Se faccio un passo o mi cala la gonna o la strappo. "Calma Sabri, respira e bestemmia". 

Opto per uno strappo alla gonna anziché rimanere in braghe all'aria, voi cosa avreste scelto?

Arrivo all'appuntamento un po' in ritardo, come al solito del resto. All'epoca mi avevano soprannominata la ri-tardona proprio per questo, e se un tempo era aggettivo prematuro, oggi mi si addice alla perfezione. 

"Dai Sabri veloce facciamoci un selfie finché siamo ancora in grado!" - dice l'Aurora, ma alla nostra età ha più l'aria di uno scatto di anzianità.  

Ci sediamo, e il cameriere ci lascia dei menù molto carini e colorati che si aprono a fisarmonica. La Sandra con le braccia avvicina e allontana il menu aperto: "Sandra tutto bene?"

"Si si, è che con le lenti non ci vedo nulla.."

"ah utili!" - risponde la Marta che da tre ore rovista nella borsa per trovare l'altro paio di occhiali.

"Si ma c'ho l'aiutino" - risponde vispa- e accende la torcia del cellulare per fare luce sulla lista dei cocktail scritti in minuscolo minore. A me non va certo meglio, strizzo gli occhi per mettere a fuoco e mi saranno venuti 6438 microictus nel cercare di decifrare gli ingredienti del Semel Fusion.

La Marta ordina un cocktail analcolico arrecando sgomento e disappunto all'intero tavolo. E' appena rientrata da un viaggio di lavoro, molto proficuo, ma che ha messo a dura prova il suo intestino. Da una settimana di successo a una sul cesso è un attimo.

Secondo me al secondo giro rinsavisce e va di Martini. Oggi festeggiamo non solo la nostra réunion e la carriera di successo della Marta, ma anche che la Sandra è tornata con il suo ex dopo un lungo periodo di pausa. E' felice, sembra che ci volesse uno stop per chiarirsi e capire l'amore, dove e come. 

Hanno iniziato a rivedersi già intorno a Natale scorso e lui si era presentato con una bellissima stella di Natale, che incredibilmente, ci dice la Sandra, è sempre viva e lotta tra noi. "Ma voi sapete come si trattano queste piante?" 

Il silenzio cala. L'unica cosa su cui tutte conveniamo è che sono programmate per morire il giorno dopo  la Befana, quindi una stella viva a maggio è praticamente roba da guinness.

Sandra ha letto on line che vogliono la luce e quindi la mattina la sposta in salotto e la sera la trasloca in cucina. Tutti i giorni. Non le ho chiesto se la routine vale anche nei giorni di pioggia.  "Eh mi ci sono affezionata...alla stella intendo", prevenendo i nostri sfottò garantiti.

"E' perché non combinate, sennò col cavolo che tu staresti dietro alla stella" è il commento secco della Marta che rincara: "Ora che ci penso nessun uomo mi ha mai regalato una stella di Natale. Mi ritengo fortunata a questo punto. Sennò lo sai che lavoro, mettila qui, mettila là.."

Il ragionamento non fa una piega. "Ma scusa e le vostre notti turbolente che fine hanno fatto? E quei completini di pizzo che ti regalava non li metti più?" 

"Hanno fatto un upgrade, ora le regala i calzettoni autoreggenti da sfoggiare con le ciabatte ortopediche", mi scappa la battuta pensando ai tacchi che non indosso da tempo immemore.

Ridiamo di cuore, noi, le amiche che il venerdì si spaccava il mondo e ora nel fine settimana gli unici programmi che abbiamo in mente sono quelli della lavatrice!

Siamo belle, siamo sfatte dal lavoro, siamo stanche, ma siamo sempre noi, consapevoli della nostra sorellanza anche senza dirci Ehy Sista. Consapevoli che nella vita ci sono giorni difficili e giorni facili.

"Ma la maggior parte sono giorni difficili" se la ride l'Aurora. Per questo esiste il gin.

Ma oggi no. Oggi è un giorno bellissimo e siamo solo al primo Martini. Al secondo sarà ancora meglio.







sabato 21 marzo 2026

Breve storia triste durata il tempo di due ostriche



Le ostriche sono andate, boia che fatica.

Io detesto le ostriche. Ma questo non è socialmente accettato.

“Ma come non mangi le ostriche?”

“Ma stai scherzando vero?”

“Ma sono il top del crudo!” 

Vai a spiegargli che non simpatizzo neanche tanto col pesce crudo. Provo timidamente a accennare che non sono proprio il mio piatto preferito, adduco anche motivazioni specifiche oltre al gusto, tipo un vago affetto per loro, poiché le ho allevate per anni nei miei progetti di ricerca all’università, quindi le ho viste piccole, sai com’è, minuscoli bivalvi crescono. Parole che non sortiscono effetto alcuno. Un po’ come la storia del non mangio coniglio perché ne ho uno nella gabbietta a soffrire da solo. Soffre meno se te lo magni..

“Dai allora prendine un paio sole, il resto lo mangio io” dice lui tutto tronfio e convinto di essere figo a ordinare il plateau di ostriche sul ghiaccio

“Mi sa che non ci siamo capiti”, è la mia risposta educata che sostituisce un più veritiero “allora sei scemo o ci fai?” e ordino delle acciughe marinate.

Dopo che il cameriere ci ha servito lui depone nel mio piatto due ostriche. Ma lo fa in buona fede, vuole condividere con me ciò che ritiene una prelibatezza. È scemo ma generoso.

Odio fare la schizzinosa a tavola e accetto mio malgrado. E mi ritrovo davanti due bestie di cui non ricordo la varietà. Io le guardo con circospezione e loro mi guardano pure peggio. Prendo la prima, sospirone, apro la bocca succhio e ingoio.  Di fretta cercando di pensare a una cosa bellissima tipo lo spaghettino alle arselle che si mangia il tizio del tavolo accanto. E la prima è andata; ma ne resta ancora un’altra. Lui invece è contento se le gusta soddisfatto senza neanche immaginare il mio conflitto interiore, silenzioso e vomitevole.

Non ci può essere una storia d’amore con una persona che ha dei gusti totalmente incompatibili con i tuoi, ora ne ho la certezza. Mi ci sono volute ben due ostriche e un babbeo per capirlo!

"Vedi che poi ti piacciono? Lo sapevo.." strizza l'occhio con aria sorniona che mi fa scattare l'odio ovarico, ma non gli darò la soddisfazione di mettermi in crisi, quindi decido di affrontare anche la seconda ostrica.

E inizio la mia recita. Prendo l’altra ostrica con la mano e alzo anche il mignolo con fare lezioso, guardo lui, sfodero un mega sorriso sociale (si legga falso) e succhio pure la seconda bestia. Un sorso di Mar Morto scende nella gola, ingoio quell’acqua salata ripugnante, ma lei no, l’ostrica resta in bocca. Con la lingua la sposto da una parte della bocca e la tengo lì. Bevo un sorso di vino per rafforzare la pantomima e non appena il suo sguardo mira altrove, faccio per pulirmi la bocca e taaac sputo l’ostrica nel tovagliolo. Come farebbe un bambino che sputa il boccone che non gli piace. E finalmente mi dedico alle mie acciughe e mi guardo bene dal condividerle con lui.  Non condividerò nient'altro che la prossima mezz'ora con lui. Quel che basta per finire il pasto.

Epilogo

Le ostriche si mangiano sempre in numero dispari. Mi dicono le amiche. Quindi ne bastava una, fottiti.

Le amiche aggiungono anche che neppure io gli sono piaciuta e me l'ha detto con le ostriche. "Sabri pensa se te lo diceva con le cozze!!". Ognuno ha le amiche che si merita.


mercoledì 11 marzo 2026

Goffi tentativi di seduzione


Da dietro il bancone li osservo. Osservare le persone fa parte del mio lavoro, nella ricerca dell'approccio migliore col cliente a tavola, ma a volte lo ammetto, la mia osservazione travalica le ragioni professionali e sfocia in pura ficcanaseria. Come in questo caso. 

Lui ha prenotato un tavolo per due ed è arrivato da solo con una decina di minuti di anticipo. Jeans Armani, maglioncino celeste di Ralph Lauren, scarpette sportive. Ha tutto tranne il fisico. Non è brutto, ma ha più fascino un aspirapolvere.  Non ha ordinato nulla nell'attesa dell'altra persona, e ha finto una calma che trasudava ansia da ogni centimetro dei costosi capi indossati. Il classico primo appuntamento. Lei è arrivata e mannaggia a me mi sono persa il primo saluto, stavo servendo un altro tavolo. Comunque adesso sono seduti da un po' e stanno mangiando e io li osservo da dietro in modo abbastanza indiscreto. 

Hanno scelto (lui) del vino bianco, dopo qualche teatrino di lui, che lo voleva minerale ma non troppo, per cui rifiuta la mia prima proposta e accetta con qualche riserva la seconda, una malvasia di Lipari, abbastanza sapida e piuttosto ricca al naso. Mangiano alla moviola e bevono alla velocità di un bradipo zoppo, forse perché lui non smette di parlare un secondo. E gesticola a dismisura, il cliché dell'italiano che parla con le mani, si sbraccia in gesti che pare sia a tavola con una sordomuta.

Ce la mette tutta, si adopra a manetta per fare colpo sulla bionda inglese, che a differenza di lui è semi imbalsamata nella solita posizione da quasi un'ora con la giacca sfilata e appoggiata sulle spalle e una passata di raso blu a tenerle indietro i capelli lisci.

Ma il destino a volte si accanisce sui più fragili. Accanto a loro è seduta una famigliola sudamericana con un infante che ha scoperto le gioie del secchiello del ghiaccio in cui alberga la bottiglia che i genitori hanno ordinato. Il pupo non da tregua, il primo schizzo di acqua e ghiaccio l'ha gasato a dismisura e ora muove la glacette con entrambe le mani, creando onde da tsunami che escono dal secchiello, mentre schiamazza felice. Come se non bastasse all'altro lato del tavolo si sono sedute due francesi ed entrambe stanno fumando. L'uomo che voleva rimorchiare la bionda è praticamente circondato da insidie.

Lui si affanna a creare la sua safe zone, finge che nulla accada intorno a lui, lui e lei sono come in una bolla, immuni al fumo passivo. Basta crederci. Neppure il secchiello del ghiaccio rovesciato dal bambino indemoniato lo scalfisce, neanche si gira a vedere l'onda anomala provocata sul pavimento del dehor; lui ha alzato il suo MOSE anti cubetti di ghiaccio che cadono come missili balistici vicino ai suoi piedi. Lui è nella sua bolla ed ha una missione: far colpo sulla bionda.

Dietro il banco impazza il totoscommesse col mio collega: ce la farà?

Non ce la farà. Entrambi lo diamo perdente. 

La famigliola se ne va e la situazione si fa più tranquilla, ma lui ormai è lanciato nella sua mimica. Vedo che con le mani accenna verso il basso, poi inclina le mani a sinistra e poi le punta come per andare dritto. Penso che gli stia spiegando la strada per andare in bagno e rido. Ma lei si alza, entra nel locale e si dirige verso la toilette... ahahahaha quanto sono prevedibili gli uomini!

Lui nel frattempo salda il conto e poi se ne vanno. Non mano nella mano e neanche a braccetto; camminano di fianco verso il fondo della strada. Forse una volta raggiunto l'angolo prenderanno due direzioni diverse. O forse no. Sarebbe la rivincita della goffaggine, in barba a me e il mio collega e le nostre sciocche scommesse. 

venerdì 23 febbraio 2024

Il vino fa cantare



Abbiamo riaperto l’enoteca da poco, di venerdì, dopo qualche settimana di ferie, quindi è un continuo arrivare di clienti abituali che recitano tutti la stessa cantilena.. ”finalmente avete riaperto!” , “oh finalmente siete tornati..!”, “ma che si riapre di venerdì?”, “perché la riapertura il venerdì?”.. il che mi fa pensare due cose: noi ristoratori in ferie non ci dobbiamo andare perché poi i clienti si lamentano e che i clienti si lamentano anche quando si riapre, specie di venerdì, ma di questo il perché mi sfugge. Quel che è assodato è che i clienti si lamentano sempre e comunque. 

Ed il giorno della riapertura è passata anche la mia amica Aurora a prendermi a fine servizio.

-Finalmente avete riaperto! Certo di venerdì parliamone..

E ti pareva, avanti il prossimo.

È arrivata con un po’ di anticipo, quindi s’è messa seduta al bancone dell’enoteca a aspettare che finissi il turno.

-Dai mentre aspetti ti offro una bollicina- le dico- ti faccio assaggiare questo Lambrusco di Sorbara

-È buono Sabri?

-Si, direi di sì; ora non ti aspettare un Crystal..

L’aurora tace, non ha colto la battuta; mi sa che l’unico Crystal che conosce si chiama Billy e fa l’attore. E infatti..

-ah beh se mi fa guaire come Meg Ryan al ristorante in Harry ti presento Sally ne prendo un altro bicchiere

A giudicare dagli ultimi incontri, le probabilità di incontrare uno qualunque che ci fa fare quei versi sono pari a quelle di incontrare Sesto Caio Baccelli a passeggio per Brozzi, quindi già le verso il secondo bicchiere.

-dici che funziona Sabri? Me ne hai dato un secchio

- se aspetti che a farti urlare sia proprio quell’uomo, che in trent’anni non s’è ancora presentato stiamo fresche. Bevi dai

- Sabri anche io un tempo cercavo intelligenza, comprensione, attenzioni, è che purtroppo mi piacciono i maschi, quindi ho smesso

Severa ma giusta.

Nel frattempo ho finito il turno e le propongo un altro giro di vino prima di andare: -Assaggia questo è francese.

-Sabri io parlo di cose serie e tu pensi sempre e solo al vino

Non è vero. Anche se a volte ho preferito la botte a una botta. Ma mi guardo bene dal dirlo a lei, che già la situazione mia è compromessa

Mi siedo sullo sgabello accanto a lei, mi pare un po’ in ansia, ballonzola la gamba nervosamente, il che rende nervosa anche me. Le metto la mano sulla coscia, - ooohh, che hai oggi, i’ palletico?. O forse si sta chiedendo dove cavolo sia il fantomatico principe azzurro che la farà ruggire di piacere.

Che buffa la parola palletico, è usata in dialetto fiorentino per descrivere una persona che è agitata e non riesce a stare ferma. Ma chissà da dove viene questa parola?  Spippolando sul telefono scopro che proviene da parletico, ovvero “il complesso dei disturbi motori oggi detti parkinsonismo, e in particolare il tremore delle mani e delle dita”. E scopro anche che esiste in rete Il Vocabolario del Fiorentino Contemporaneo a cura dell’Accademia della Crusca, che vi consiglio di spulciare sentitamente. Nella mia ignoranza pensavo che palletico venisse da spallarsi, sai quando ti fai due palle e ti viene da tamburellare le dita sul tavolo o picchiettare il piede in loop. Ma mi sbagliavo.

-sai che è buono questo vino francese, come si chiama? E intanto mi fa cenno con la mano di mescere, vai vai..

“Chateau Rimbuz”, le rispondo sarcastica mentre rimbuzzo il suo bicchiere.  Che nome fantastico per un grande vino!

A prescindere dal nome, come ogni buon vino lui fa quel che deve fare: ci rende allegre e un po’ brille tanto che mentre camminiamo per smaltirne l’effetto l’Aurora attacca una canzoncina stupida: “ci son due cocchebrille ed un orango tango, due giovani pulzelle e l’aquila reale..”

Io la seguo d’istinto e grazie al vino che ci fa cantare ci scordiamo dell’agognato superman che ci farà urlare.

martedì 13 febbraio 2024

Odio fare la spesa al supermercato



Ma finisco sempre per andarci. Mi sembra la spesa più veloce e c’è il parcheggio. Ma questo non  rende certo l’esperienza più agevole, almeno per me.

Prima di tutto la lista della spesa: al supermercato diventa necessaria, non si va senza il foglietto di “cosa manca in casa”, appeso con la calamita al frigorifero e compilato metodicamente mano a mano che le cose finiscono. Mentre ad andare per negozi la lista è quasi inutile: se devo andare dal fornaio so che devo comprare il pane, se mi devo fermare dal macellaio non ho bisogno di scrivere nella lista: carne. Siccome io sto alla metodica quanto uno stitico sta alla regolarità intestinale, la lista la compilo all’ultimo momento, prima di uscire di casa, alla rinfusa tipo: latte, cavolo, shampoo, biscotti, detersivo, pesche, calamari e così via. Questo mi costringe a scorrazzare su e giù per le corsie, su e giù dalla scala mobile e talvolta ripasso dal via anche tre volte. Succede molto spesso che dimentichi la lista sul tavolo di casa, dopo aver infilato in borsa le chiavi..

Vabbé questi son dettagli

La questione frutta e verdura all’ingresso e detersivi, turbine idroelettriche e incudini di ferro a fine giro, che serve a fare marmellate e puré direttamente nel carrello, forse incentiva l’acquisto di barattoli in vetro o maxi rotoli di scottex, non mi pongo più la questione. Però a me già mi indispone fin dall’inizio, perciò non può che peggiorare.

Ma il mio vero cruccio è l’altezza degli scaffali: esagerata per quella fetta di popolazione che come me raggiunge a stento il metro e mezzo. E poi si dà il caso che i prodotti che mi interessano stanno sempre in cima e mi tocca chiedere a qualcuno che passa per di lì “scusi mi potrebbe prendere quello shampoo, sa io non ci arrivo”.

Meno male che gli assorbenti stanno ai ripiani più bassi..

Un altro piccolo problemino mio è col carrello. Siccome non mi piace stare nel supermercato, cerco di fare più veloce che posso, pensando ogni volta di essere esageratamente più furba degli altri. Quindi lascio il carrello da una parte, che io considero strategica, pensando “qui lo ritrovo facilmente” e mi muovo come una saetta tra un reparto e l’altro, per poi vagare per minuti confusa perché non ricordo dove ho parcheggiato il carrello.

Da un po’ di tempo ho notato che sono sparite -o quasi- le comunicazioni di servizio sparate dagli altoparlanti. Vi ricordate?

 -Stornooo alla cassa cinquueeee-

Oppure

-Un addetto è desiderato al reparto latticiniii con la massima urgenzaaaa-

pronunciate con quella nenia unica e distintiva da supermercato, che a me ricordava tremendamente l’intonazione del “rabbrividiamoooo” di Natolia negli sketch dei Mimi di Bratislava con Aldo Giovanni e Giacomo. Peccato, quelle comunicazioni erano la cosa più divertente della spesa, che a tratti somigliava a una puntata di Mai dire Gol.

mercoledì 3 gennaio 2024

IL COCKTAIL PER L'UOMO SENZA NOME



Le mie due amiche del cuore, Marta e Aurora ieri sera a cena da me..

La Marta aveva un incontro da raccontare. I pop corn per godersi lo spettacolo erano d'obbligo. Ne ho preparati un secchio. Io e l'Aurora iniziamo subito a percularla, ancora prima dell'aperitivo.  

-e allora mambo, mambo sudando?- canticchia l’Aurora e mi strizza l'occhio
-rumba senza baci né carezze*?- incalzo io, muovendo goffamente il bacino
-dancing with your eyes closed? prosegue l'Aurora, abbozzando le note di Ed Sheeran e lasciandomi sinceramente perplessa
al che la Marta sgrana gli occhi: - eh no, con gli occhi chiusi mai! E poi che razza di canzone sarebbe??
tossisco e con sguardo attonito pronuncio a voce bassa -una di Ed Sheeran..
Vedo la borsa della Marta volare verso l'Aurora. Del resto se prima canti Capossela e poi inciampi sull'EdChup**, una borsetta in testa è il minimo che ti spetta.
A momenti scatta la bagarre e non ho ancora finito di preparare il Martini.. -allora vuoi dirci come si chiama o no?- tento di ripristinare il decoro
Silenzio
..
..
Poi alla fine la Marta ci confessa di non ricordarsi il nome del tizio dell’altra sera. Potete immaginare quanto s'è riso. Anche adesso mentre scrivo c'ho le lacrime.
La cosa è andata più o meno così: lui si è presentato nella confusione del locale, la musica alta ecc., e lei dice di non aver sentito il nome (??), poi hanno cominciato a ballare e poi a chiacchierare fitto fitto sulle poltrone e: “mica avevo bisogno di chiamarlo, mi stava appresso come una cozza, per cui non mi è venuto di dire ehi scusa ma com'è che ti chiami?”
Fatto sta che adesso ha il suo numero, ma senza un nome.
In vari anni di onorata carriera non m'era mai capitata una cosa così divertente: il seduttore senza nome, l’anonimo rimorchiatore, l’insolito ignoto: qui c’è roba per decine di post, addirittura per un intero romanzo rosa.
-Marta non ti preoccupare glielo troviamo noi un nome!
-dicci cosa avete bevuto e avrai quel nome
-ma che no so, ha ordinato lui per me..
-ma era più una roba da Tia Maria e Tio Pepe o da Batida de cocco?
-uffa non mi ricordo, c’era del ghiaccio..
-eh in effetti col ghiaccio il campo si restringe molto..
non ci diamo per vinte: -sguardo languido e vagamente triste da Blues curacao o il bel meridionale protettivo, insomma un Southern Confort?-
-e se fosse il minorenne Granatina e Angostura?! grida inorridita l’Aurora
Passiamo in rassegna tutto il superalcolico ingerito in trent’anni, dal Triple sec all’Amaretto di Saronno, dal Baileys al Cognac fino a che io, al terzo Martini e qualche pop corn, non Caipirinha più una mazza, e accasciata sulla sedia le ho lasciate a ragionar di Bellini..


*liberamente ispirato a Rumba senza palme né carezze, a cura di Danilo Manera. Ed. Feltrinelli. Da leggere
**la linea speciale di Ketchup Heinz firmata Ed Sheeran. Era in giro qualche anno fa

PS. So che volete sapere com'è andata :-) Quando mi son riavuta le ho trovate a tavola a mangiare pane burro e acciughe. Chiamale sceme. Insomma abbiamo partorito un piano: "dai chiamiamolo adesso, tutte e tre insieme, noi ci presentiamo e lui farà altrettanto". Per fortuna sua il poveretto non ha risposto.

martedì 26 dicembre 2023

Regalare un vino



Natale, tempo di regali, e via tutti a conservare scontrini o leggere la clausola resi, nel caso il regalo non dovesse piacere. Nessuno si scandalizza se il giorno dopo la festa si va a cambiare la camicetta fucsia con una a minor impatto cromatico o se ci si reca dall'orefice per far cambiare il cinturino all'orologio. Ognuno ha i suoi gusti. 

Ma quando il regalo è un vino hai voglia a tenere lo scontrino, un vino non si cambia. E non è solo colpa dell'enotecario, il quale col cavolo che si riprende la bottiglia che hai ricevuto in regalo per cambiartela con una di tuo gradimento.

E anche qualora vi fosse un enotecario disposto a barattare quel dono con un'altra etichetta, sicuro dell'integrità della bottiglia dopo la sortita dal suo scaffale, resta il fatto che un vino è un regalo che non si cambia. 

Così come non si cambia un libro anche se te ne hanno regalato uno di Fabio Volo, così come non si cambia un CD (sempre che qualcuno li regali ancora). E' una cosa troppo sgradevole, quasi un'offesa, è come dire alla persona che ti ha fatto quel regalo, che legge libri spazzatura o che ascolta musica dimmerda. O che peggio ancora beve da schifo..

Nella mia esperienza non mi è mai capitato né di riportare un vino indietro, né di doverlo cambiare a qualche cliente. E onestamente neanche di regalarlo per Natale. Perché mi scatta un meccanismo subdolo: scelgo pensando a cosa piace a me, non a ciò che berrebbe il destinatario. Non compro vini che non mi piacciono anche se devo regalarli. E se compro quelli che mi piacciono poi non li regalo, li tengo per me. 

Detto così suona malissimo se in più si considera che lavoro in una enoteca; mi suonano tutti i tasti dolenti. Perché in realtà penso che regalare un vino sia una cosa bellissima, ma a onor del vero si gode molto di più quando il vino ce lo regalano.

Solo una volta sono rimasta davvero male aprendo uno shopper portavino. A  farmi rimanere di stucco, non è stata la bottiglia in sé, ma la frase che l'accompagnava: "E' per te, è un vino hipster con lo sguardo volto al passato..". La frase nerd che m'ammerd :-(

E credo sinceramente che volesse far colpo.

Ho respirato e l'ho guardato negli occhi; un lungo intenso sguardo di fraintesa. Mille pensieri mi sono frullati in testa tra un passato di verdura e un passato remoto, un passito ma non muffato, un vino vecchio, morto trapassato a miglior vita. Conclusione: "Ma che minchia sta dicendo?"

Un bel regalo distrutto. Il più delle volte un vino parla da solo, ma ci manca l'umiltà di non aggiungere altro. Dobbiamo per forza descriverlo, raccontare una storia dare un perché. Scrivere biglietti da deserto cerebrale. 

Che è andata a finire male si intuiva da sé. Ma la bottiglia, che fine ha fatto?

L'unica volta in cui ho ceduto alla tentazione del riciclo del regalo. E' bastato cambiare busta e non mettere biglietto di auguri. Quella bottiglia ha fatto felice qualcun altro. Molto felice.



sabato 9 dicembre 2023

La Parola dell'Anno 2023 è RIZZ


E' RIZZ la parola della lingua inglese dell'anno 2023 secondo i lessicografi dell'Oxford University Press, la seconda casa editrice accademica più antica del mondo e l'editore dell'Oxford English Dictionary. 

Rizz sta ad indicare stile, fascino, carisma, attrattiva o capacità di attrarre un partner. Deriva dalla contrazione di "charisma" e già qui si potrebbe disquisire sulla capacità di abbreviazione degli inglesi. Forse abbreviarla con char** avrebbe assunto una connotazione troppo "domestica" o fortemente bruciacchiata?

** char traduce sia i termini di donna delle pulizie-domestica, che carbone e affini

Ma vorrei analizzarla da fiorentina. Leggo quanto riportato in rete da nota testata giornalistica: "Può anche essere utilizzato come verbo - "to rizz up" - e in tal caso è da intendere come attrarre, sedurre o semplicemente chiacchierare con una persona per suscitare in lei un certo interesse". 

Turizz-ap, quale migliore parola per indicare seduzione. Ci potevano arrivare anche i fiorentini, senza scomodare l'Oxford Dictionary.

Vediamo di provare a impiegarla in una conversazione a pro di rimorchio.

"oh non credo di essere così affascinante.."

"no no tu rizz"

o peggio

 "oh quella tipa ha proprio stile, l'è una gran rizz.." 

In fiorentino rizz o to rizz sono ahimè utilizzabili solo dal genere maschile; e noi gentildonne restiamo escluse dall'uso della parola più cool dell'anno. Che cul..

Comunque consoliamoci che ai cremonesi gli va peggio: to rizz che batte il tòron e il Turàs

giovedì 7 dicembre 2023

Scusi signorina..


"Scusi Signorina!? così mi ha chiamato un cliente l'altro giorno". La mia amica si sfoga piagnucolando mentre io cerco di consolarla. "Com'era quella storia che dopo una certa età diventiamo tutte signore? E allora che c'ho io che non va per esser parte della categoria?"

"Bah", rifletto a voce alta, "nel termine signorina si insidiano due significati: quello della giovane età e quello di donna non sposata". Forse sto peggiorando la situazione. 

"E visto che, data la mia età, il primo significato non mi s'addice più, vuoi dire che quel signorina stava per donna senza marito? Avanti su dimmi, da cosa si capisce che non sono sposata?". 

"A parte che non hai la fede, non si direbbe. E poi senti, l'esser senza marito è più un vanto che un'onta, di che stiamo parlando?"

Segue un silenzio di approvazione. A volte dico cose intelligenti. Proseguo, "senti, molte signore e signorine, vorrebbero arrivare alla tua età con tale disinvoltura. Parecchie donne sposate soprattutto" -sorrido sorniona..

"Vuoi dire la nostra età.."

"Si uffa, non farmi sentire una vecchia ciabatta!"

"E' perché zoccolo è maschile sennò zoccol* ti s'addiceva di più!" Sto zitta, me lo merito dopo ste gaffe sull'età. "Dai ordiniamo da bere che ne abbiamo bisogno"

"Per me un cocktail Martini con.." - mi interrompe bruscamente "vabbè se poi ordini un martini con l’oliva tradisci tutta la tua età, anche se ben mascherata da trucco-stucco e capello alla Tina Turner"

"Per la signorina invece la China Martini, scardata con lo zucchero e la scorza d'arancia, ma non bollente, che poi la si scioglie, l'è imbalsamata con la cera". Quando c'è da punzecchiare qualcuno mi viene meglio in fiorentino stretto.

Viste da fuori, in questo caffè del centro di Firenze, potremmo sembrare due statue del museo delle cere, due Madame Tussauds dell'Ottocento sedute a un tavolino all'ora del Vermut. Se solo sapessimo ballare un valzer o qualche passo di quadriglia, saremmo due perfette signorine importunabili. Si ho detto signorine.

Qualche anno fa tutte e due si inorridiva al pensiero d'esser chiamate signore e ora quando ci danno di signorine si va in depressione. Sciocche. In questa corsa alla privazione d'ogni riferimento di genere e condizione sociale nelle parole, (che l'accusa di sessismo sta sempre appollaiata nei paraggi), si perdono le sfumature della nostra lingua. Signorina nella letteratura spesso descrive donne pudiche e riservate, garbate nelle maniere e nei sentimenti e a volte in età avanzata. Che forse oggi il garbo non si addica più a noi donne? Bah, un po' di quella grazia di signorina e misura nelle parole, gote che arrossiscono e pance coperte, non sono robe vintage e men che meno stantìe, in barba a tutti gli ombelichi al vento che si vedono a giro.

Mi viene in mente la signorina dei tabacchi che vendeva le sigarette al mio paese. Una donnina piccina che aveva una sorta di rivendita di tabacchi all'ingrosso. Tutti la chiamavano signorina anche dopo essere andata in pensione. E lei prontamente correggeva coloro che la chiamavano Signora; "Signorina prego"- ribatteva, benché non mascherasse le rughe o un'andatura oscillante per l'età. Lei era signorina e voleva essere chiamata così. Senza vergogna alcuna per mariti non pervenuti e senza che l'età l'avesse privata del suo sentirsi una ragazza . 

"Figliola", penso a voce alta, col Martini alla mano, incurante delle accuse di vetustà della mia amica; c'è dell'eleganza mi dico tra me e me mentre sputo il nocciolo dell'oliva nel posacenere. Eleganza a tratti. Ritorno con la mente a figliola, una bellissima parola fiorentina ormai in disuso. "L'è proprio una bella figliola!",  lo diceva ogni tanto mio nonno quando dal circolo del paese usciva una femmina degna del suo interesse, sottratto per qualche secondo al Guerin Sportivo di cui era avido lettore. Che bella figliola è una espressione che non ha età, si addice a signore e signorine senza causare crisi esistenziali, al massimo un sorriso di compiacimento.

"Cosa hai detto Sabri?"

"No no niente, pensavo a figliola.." mi affretto a rispondere. Lei ritorna con lo sguardo sul cellulare, non sembra interessata a discorsi da Accademia della Crusca. E forse in questo momento neanche io.


mercoledì 29 novembre 2023

Vaffandieta. Parmigiano di notte


Stanotte non riuscivo a chiudere occhio, avevo mille pensieri che mi nuotavano in testa. E nella mia testa vuota, c'è talmente tanto posto, che i pensieri più che una nuotata si stavano a fare una regata, l'America's Cup proprio. Sentite come suona meglio America's Cup invece di Coppa America... mi sa di gelato alla panna e vaniglia, caramello salato, cookies al cacao e noci pecan.

Sarà che mi sono messa a dieta da qualche giorno ed ecco le prime conseguenze: insonnia e deliri di gelato sintetico. 

Non riuscendo a prendere sonno mi sono alzata e sono andata in cucina con l'intento di bere un po' d'acqua, pensando che magari con la TV il sonno mi sarebbe venuto. D'istinto invece di aprire il rubinetto, mi sono trovata ad aprire il frigorifero e afferrare un pezzo di parmigiano. L'ho guardato nella mia mano, combattuta se riporlo o addentarlo, con la luce del frigorifero che illuminava la stanza, e il ronzio del motore nel silenzio assoluto della notte quassù nella sperduta campagna. 

Che sarà mai un pezzetto di parmigiano, mi son detta, ma poi si è affacciato il ricordo doloroso dei jeans che stamani non si volevano abbottonare, e il pensiero fa più male dell'arietta fredda del frigo aperto che mi ghiaccia il collo e le mani.

Ho visto il cellulare sul tavolo illuminarsi. Chi diavolo scrive a quest'ora? La mia amica mi sta mandando una foto da un locale, commento "seratona".

Le mando una foto mia in pigiama col parmigiano in mano, messaggio: "mi sono messa a dieta"

Risponde repentina : "e che dieta sarebbe?"

"Ma, diciamo che è più un regime alimentare controllato" - scrivo io

"Controllato da chi? Dal Mago Galbusera?" ..queste le parole di conforto del suo vocale, che prosegue: "ad una certa età la bellezza si chiama simpatia, alla tua si chiama esperienza." Ok posso andare a tagliarmi le vene col coltellino a mandorla (quello da parmigiano, guarda caso). 

Lei a forza di mangiare yogurt magro è diventata più acida del bifidus: mi percula regularis. Ma lo fa con tale eleganza, con quelle espressioni di disgusto raffinato che suscitano in me, umile schizzinosa, un'ammirazione oltremisura. Penso a quanti anni sono passati da quando ci siamo conosciute, a quante cose abbiamo fatto insieme e che senza di lei la mia vita in questi ultimi anni sarebbe stata meno divertente. In due è meglio; non sempre, ma il più delle volte si.

Poggio il parmigiano sul tavolo e mi siedo col pensiero di lei che mi sfotte da sempre su ogni tentativo di astinenza alimentare. Quante diete mi sono ripromessa di iniziare e quante ne ho iniziate per il piacere poi di infrangerle per cedere alla tentazione e fare l'amore con il sapore. Ma mai con uno yogurt, tengo a sottolinearlo, neanche quello della tal pubblicità. Ho troppa fame di cose buone, di vita, di eccessi, di parmigiano in mezzo alla notte.

"Allora raccontami questa seratona!" messaggio la mia amica, digitando sul cellulare lettera per lettera con l'indice della mano destra. La sinistra è impegnata con una scaglia di formaggio.

martedì 21 novembre 2023

Dormo sul divano


Stanotte ho dormito sul divano. Mi sono assopita vicino al fuoco con la coperta sulle gambe, il libro aperto sulla pancia e gli occhiali sul naso. 

Mi sono svegliata dopo qualche ora, indolenzita e rincoglionita e col sonno rotto. Ho pensato che ho comprato il divano più scomodo della storia, solo perché è color violetta e stiloso nella forma. Piccoli agi della singolitudine.

"Dormo sul divano da 3 mesi" mi ha raccontato un amico qualche giorno fa. Non riesco a non pensarci da stamani con sto dolore alla spalla che mi ha lasciato in dono il mio bel divanetto Barbie style. 

Questa frase l'ho sentita diverse volte, pare il tormentone dell'ultimo periodo: Dormo sul divano da un po' per non disturbare le bimbe nella loro cameretta, seguita da due occhi lucidi; dormo sul divano da un anno, qui invece a seguire è stato un "quella stronza". A ciascuno il suo. 

Mi sono accorta che quando entro in una casa, di chiunque, non fa differenza, ormai il divano lo guardo sempre. Questa cosa mi ha flippato. Pensate se entro in un negozio Poltrone&Sofà...

Chissà quanti uomini, mariti, padri, compagni dormono sul divano, per chissà quali colpe vere o presunte. Forse anche donne, è che finora non ne ho incontrata nessuna. Uomo o donna a prescindere, dedico a ciascuno di voi addivanato, il livido che mi son fatta alla caviglia sbattendo contro il bracciolo del mio divano confetto. E vi penso con un omaggio alle vostre confessioni e alla bellezza delle parole dette in intimità davanti a un gin, sui sedili di un treno o stesi sulla sabbia. 

Che poi il divano sia una condanna o il primo passo verso la libertà, questo non saprei. Sicuramente è il luogo dove poter russare senza sensi di colpa, scorreggiare come corpo comanda e dormire con la luce accesa, lontano da piedi ghiacciati che ti si conficcano tra le gambe quando meno te lo aspetti.

Chissà cosa si sogna di notte sul divano. Chissà se per sognare è meglio un divano Chesterfield, uno con lo schienale basso, un divano a L o uno componibile. Per ora quello che più mi ha fatto sognare è il Divano Caimano* di Stefano Benni.

* Ballata in omaggio a Paolo Conte.

**quello in foto non è il mio divano, ci assomiglia solo vagamente

mercoledì 12 luglio 2023

A Pancia Piena miglior street food di Toscana 2024



Sieci rules!!
Dalla Val di Sieve solo cose belle. Gioco in casa e non potevo non spendere due parole per questo bel successo di due amici e del loro lampredotto che fa parlare di sé ormai in tutta Italia.
A Pancia Piena è il nome del chiosco-truck gestito da Emanuele Nenci e Iuri Ronchi alla rotonda delle Sieci, lungo la  statale 67 Aretina, che un tempo conduceva i pellegrini a Roma; ora ai pellegrini del cibo basta fermarsi alle Sieci per stare parecchio bene.
Quest'anno A Pancia Piena si è aggiudicato il titolo di Campioni Regionali Toscani nella guida del Gambero Rosso Street Food 2024.  Ma per noi di Pontassieve e vicinanze campioni erano già da anni.



E non solo per il lampredotto.  A quella che ormai è soprannominata la rotonda dei miracoli, è possibile accompagnare il cibo di strada con champagne e vini di Borgogna selezionati personalmente da Emanuele. Se non è un miracolo questo!
Oltre al lampredotto ci sono un sacco di altre cose buonissime dai nomi fantasiosi, che già prima di assaggiarle fanno sorridere per simpatia. 
In estate il chiosco è aperto anche alcune sere a settimana e lì ci si trova di tutto: famiglie, appassionati, colleghi del settore, insomma un luogo trasversale per le bocche di tutti, dove il cibo mette d'accordo sandali e scarpe a punta lucide. 
A scorrere le foto sul profilo facebook del chiosco certe sere #sembradiessereaReims invece che alle Sieci. L'hashtag è quello giusto da usare. 


Hanno addirittura lo champagne della casa. Buono. 


A Pancia Piena è la sicurezza da 19 anni, e di sicuro la maggioranza di voi lo conosce e gioisce per questo premio meritato. Quelli che non si fossero ancora fermati -oh che aspettate dell'altro?-

P.S. Se mi conoscete e salite alle Sieci per fermarvi alla Rotonda dei Miracoli, se mi avvertite scendo anche io ;-). Ci si trova lì, in pochi minuti arrivo!

Credits: A Pancia Piena/Nenci Emanuele

mercoledì 31 agosto 2022

In vacanza: Appennino blues

mi sono dedicata la bottiglia:
champagne Good Luck faceva proprio al mio caso!
 

Saluto questo agosto con un paio di racconti sulle ferie ormai andate da un po’. 

Avendo 5 giorni risicati scelgo una meta vicina a casa, montagna ovviamente. 

Un paesino sull’Appennino tosco emiliano, sul versante bolognese, poco distante da Porretta Terme.

Porretta Terme? Eh si tranquilli, anche i miei amici hanno avuto più o meno la vostra stessa reazione. Da sola a Porretta Terme? Più che una vacanza sembra un tentativo di suicido! Anche mia madre, dalla sua non più tenera età ha mosso una considerazione lapidaria: tu incontrerai gli anziani del comune, li mandano sempre lassù alle terme coi soggiorni estivi. Almeno non ti senti sola..

Amore di madre sincero.

Parto con le raccomandazioni di amici e colleghi, quelle rassicurazioni tipo, -no ma vedrai che ti diverti-; oppure -si guarda che lassù è meglio di quanto si creda-; -vai vai che qualche anziano lo rimorchi-. Che servono più a convincere loro che me, perché io non vedo l’ora di partire.

Tra gli altri consigli degli amici, uno su tutti: se vuoi farti notare vai al baretto del paesino e ordina champagne. Ti pescheranno l’unica bottiglia che sta là da prima della guerra, piena di polvere e te la mostreranno fieri.

La seconda sera metto in pratica il consiglio. Mi reco al baretto, sorta di centro nevralgico del paese con tanto di bocciofila all’esterno, dove un gruppetto di anziani, tra cui una signora, stanno giocando a bocce. Via dai non sono sola. Mi colpisce uno dei giocatori dai bermuda verdi, sandali e calzini di spugna bianchi lunghi. Porta sulla spalla anche un piccolo asciugamano per asciugarsi il sudore dopo lo sforzo del lancio della boccia. Deve essere tremendamente pesante una boccia, penso. Mi viene da ridere, ma mi trattengo: io sto per entrare in quel bar con le tende antimosca di plastica e chiedere uno champagne. Faccio più ridere io di quei calzini bianchi rifrangenti.

Entro e mi guardo intorno; ci sono solo due tavoli occupati. Un signore anziano concentrato nella lettura del quotidiano e altri due dall’aria più giovane che stanno bevendo: dal colore potrebbe essere birra o anche spuma, ma decido di non fissarmi su sta cosa o non chiederò mai delle bollicine francesi. Il barista, stessa classe degli astanti più o meno, è indaffarato a sistemare i bicchieri.

-Buonasera, mi dica?

-Vorrei bere qualcosa.

-Prego- e mi indica gli scaffali in vetro e specchio alle sue spalle dove c’è un buon assortimento di liquori e qualche bottiglia di vino.

-Mi dia uno champagne!

Lui mi guarda un attimo, non con sorpresa, ma proprio con uno sguardo di terrore.

-Vorrei la bottiglia intera intendo-, mi sento in dovere di specificare, non so perché…

Lui sembra accennare un leggero rilassamento, compare un guizzo di luce nei suoi occhi, forse il ricordo di una bottiglia da qualche parte gli accende un lume di speranza: venderla finalmente, e esaudire l’eccentrica richiesta di una “giovane” forestiera.



La scena come da copione: il barista prende una sedia, ci sale sopra per afferrare una bottiglia talmente impolverata da camuffarne anche la forma oltre che l’etichetta. Una bella spolverata con la pezzetta umida e tac champagne di una nota maison. Non mi resta che prenderla e muta. Ho avuto la sfrontatezza di chiedere champagne e lui me l’ho trovato. Ora lo bevi e zitta mi suggerisce quel barlume di coscienza che mi resta. Chiedo del ghiaccio per raffreddare la bottiglia e lui mi prepara una vera glacette, poi mi chiede

-quanti bicchieri le servono?

-Ma, uno mi basta- rispondo. Altro attimo di esitazione da parte sua, di nuovo il terrore negli occhi: questa mi fa chiamare l’ambulanza stasera, avrà pensato. Poi si riprende e come se nulla fosse mi porta glacette e bicchiere al tavolo, qualche tovagliolo e sparisce. Torna dopo poco con noccioline, patatine e la focaccina che stava esposta nel banco tagliata a quadretti. La focaccina intera!

Sarà stata una tattica di tamponamento anti sbronza molesta.

Devo solo attendere che la mia bravata sorta qualche effetto. Attirare l’attenzione dei fauni locali. Ma non c’è anima viva nel bar tranne quei signori di cui parlavo prima. Quello intento alla lettura è sempre nella stessa posizione, come assorto. Boh forse dorme o magari è sordo.

Gli altri due invece mi fanno cenno di brindisi con i loro bicchieri, divertiti dal teatrino a cui hanno appena assistito. Staranno di sicuro scommettendo se la finisco tutta davvero.

L’ho finita tutta. Ovviamente insieme a loro, visto che nel bar non si è presentata anima viva.

Siamo usciti tutti e tre un po’ barcollanti, io con qualche nozione di pesca e caccia al cinghiale, loro con una storia buffa da raccontare a casa a cena.

 

venerdì 15 ottobre 2021

L'IMPORTANZA DI ESSERE UNA SFINGE

Lavorare al pubblico è una cosa bellissima, ogni giorno qualcosa da imparare con divertimento.

La mescita al bicchiere di uno splendido sangiovese della Rufina del 1980, mio conterraneo, le cui poche bottiglie rimaste vanno via come il fumo, è fonte di grande soddisfazione personale e talora vero spasso.



Il cliente di stasera ha l'aria perplessa, poi con tono saccente si esprime: "lo trovo leggermente ossidato, forse avete la bottiglia aperta da tempo..".

Davanti al cliente io, in pratica una sfinge. Nessun sentimento, né smorfia trapela dal mio volto. Mi sono ossidoridotta, ho soffocato l'istinto della risata fragorosa, e incassato senza tentare una risposta esplicatrice. Nessun riferimento alla bottiglia spillata da macchina e neppure ai 40 anni di età di un sangiovese che si presenta con leggera ossidazione.

Nulla, sono una tomba, un monumento funerario tra i tavoli del dehors anziché in mezzo alle piramidi. Davanti a me solo un bicchiere con del vino granato-rugginoso come le dune rosso del deserto. 

Il cliente ha ragione su quella ossidazione accennata; ma la domanda dovrebbe sorgere spontanea: sarà dovuta alle 6 ore di apertura in enomatic o ai 41 anni di età del vino?

Ma in fondo non ha importanza, quale-che-sia-il-motivo-il-secondo, egli senza volere, ha fatto un gran complimento e io gli sono riconoscente. E fare la sfinge, con l'ossidazione volontaria e forzata di tutte le endorfine in circolo, ha dato i suoi frutti. 

All'attivo quattro calici abbondanti che il cliente si è bevuto alla cieca lasciandosi consigliare in totale fiducia, felice e dimentico di quella ruggine, che altro non è che l'evoluzione ossidativa di quella componente sanguigna tanto evidente nei sangiovese della Rufina.

giovedì 7 settembre 2017

INSALATA DI RISO: IL CONTEST

Contest è in questo caso la parola più appropriata. Il prof Leonardo Romanelli contesta la supremazia assoluta dell’insalata di riso quale pietanza estiva per eccellenza. E lancia la sfida: convincetemi che l’insalata di riso abbia un senso edibile.
E si scatena la bagarre. Decine di ricette hanno intasato la pagina web del povero Romanelli che mica se lo aspettava tutto sto casino a seguire..e alla fine gli toccherà pure di assaggiarle tutte, quelle insalate di riso originali e bizzarre.
A Romané c’hai provocato..
Senso edibile o controsenso questo lo dirà la giuria convocata a giudicare le dieci insalate di riso finaliste l’11 settembre alla Buoneria a Firenze.


Alcune personali osservazioni.
L’insalata di riso ha da essere tanta, esagerata, barocca, la sfida reale è aggiungere sempre un ingrediente in più, mai uno in meno. In totale controtendenza con la cucina contemporanea il principio dell’insalata di riso non è togliere ma mettere, aggiungere. Alla fine ne deve venir fuori una porcata di tali dimensioni che nemmeno Nigella Lawson oserebbe pensare. E per questo non può non piacere. Al bando le facce schifate dall’insalata di riso, compresa quella del Romanelli: nessuno vi crede. E nonostante il trionfo d’ogni ingrediente più fantasioso l’insalata di riso continuerà ad essere percepita come una pietanza fresca, estiva, addirittura leggera e quindi adatta per il pranzo in spiaggia. A questo proposito prendiamo in esame 
l’insalata di riso popolare versione basic total comfort
Gli ingredienti innanzitutto:
riso parboiled (se si comincia a interrogarsi su che tipo di riso impiegare siamo già fuori, l’insalata di riso non ci appartiene)
wurstel a dadini
cubetti di formaggio
prosciutto cotto a dadini
tonno sott'olio
e acetelli come se non ci fosse un domani per sgrassare la bocca asfaltata dal mix di ingredienti di cui sopra.
Ne risulta pertanto una pietanza equilibrata nei sapori, con diverse texture a seconda della cottura o scottura del riso e assai nutriente perché contiene tutte le proteine possibili immaginabili, di ogni provenienza e genere: quelle della carne, quelle del pesce, quelle del formaggio e le nobilissime proteine dell’uovo nella versione deluxe illustrata in seguito. È la pietanza popolare che sfata la credenza altrettanto popolare che carne e pesce non vanno mai mescolati. Qui tonno sott'olio e wurstel vanno a braccetto.
Dosi e quantità: assolutamente a caso, l’assenza di logica vince. È il fattore stupore a colpire gli astanti.
Attrezzature necessarie: un coltello e una zuppiera e due cucchiai per mescolare l’insalata (i più abili possono cavarsela con uno solo). Un frigorifero: l’unico modo per rendere fresca l’insalata di riso.
Abilità richieste: nessuna. Più si è imbranati ai fornelli migliore sarà il risultato.
Poi esiste la versione deluxe: quella con l’uovo sodo e i riccioli di maionese. Questa versione richiede invece una certa preparazione in cucina. Occorre mettere le uova in acqua fredda, portare a ebollizione, far bollire per 5 minuti, quindi raffreddare le uova sotto acqua fredda e poi sgusciarle e tagliarle..insomma una cosa complessa per l’insalata di riso. E saper fare i riccioli col tubetto di maionese. Una fatica inutile. Va benissimo la versione basic total comfort.

Unica accortezza: se la mangiate in spiaggia lasciate passare almeno 3 ore prima di fare il bagno.


credits today.it

venerdì 1 settembre 2017

PARTITE A TAVOLA: Fiorentina - Sampdoria

Fiorentina Sampdoria 1-2
Si torna allo stadio, in una calda domenica sera di fine agosto, il 27 di preciso.
Il campionato riparte e si gioca al Franchi Fiorentina-Sampdoria.
Quest’anno al Franchi oltre alla squadra ospite, ci sarà anche uno chef ospite. Mica chef a caso, ma ben 19 JRE Jeunes Restaurateurs d'Italia, che si cimenteranno nella realizzazione di un piatto tradizionale della regione della squadra ospite.
E per Fiorentina Samp arriva niente meno che Andrea Sarri, chef imperiese, 1 stella michelin, che propone uno dei suoi piatti cult:
raviolini al plin ripieni di pesto, su zuppetta di pomodori freschi e cenere di olive taggiasche; omaggio perfetto alla terra ligure.

chef Andrea Sarri

Ecco la cronaca di una partita a tavola:  
la giornata promette bene: basilico pomodori e olive sono gli ingredienti perfetti per una calda domenica estiva. E poi Firenze ricorda un 27 agosto 2005, quando la Sampdoria cadde a Firenze sotto i colpi di Fiore e Toni.
I raviolini al plin arrivano caldi perfetti ai fortunati fruitori delle aree hospitality dello stadio, ma cala il gelo sul Franchi appena dopo la prima mezzora, Caprari inforca senza neanche impegnarsi troppo.
1-0   per la Samp
Forse cala il gelo anche sul raviolo al plin. Date le dimensioni dei plin si saranno ghiacciati all’istante insieme all’entusiasmo dei gigliati, che continuano a interrogarsi dove fosse Tomovic..
Secondo me stava in cucina a ingozzarsi di raviolini.
Ma il cibo ha il potere di rinfrancare lo spirito dei tifosi: la zuppetta di pomodoro è fresca, dolce e stuzzicante. Niente è perduto ancora.
Passa appena una manciata di secondi e tonfa, arriva un calcio di rigore tanto demenziale quanto sacrosanto: Tomovic pensa di giocare alla palla prigioniera e respinge il pallone con le mani. Ma se restava in cucina con chef Sarri non era meglio?
Insomma i raviolini ormai ghiacciati nel cuore e nella speranza, si ficcano di traverso nelle gole dei tifosi gigliati al secondo gol subito.
Al rientro dagli spogliatoi Tomovic non rientra in campo, ma viene assunto da Galateo a sbarazzare i tavoli dell’area hospitality.  Dice sia piuttosto portato per cucchiai e affini.
Al suo posto entra tale Bruno Gaspar, portoghese. A lui il pesto gli fa pio e al 49’ minuto crossa in mezzo per Badelj che  insacca, dimezzando lo svantaggio dei Viola.
Ma non c’è niente da fare, tanto sforzo fisico e tanta corsa non servono a far digerire l’aglio del pesto e i fiorentini lasciano 3 punti alla Sampdoria che ha fatto terra bruciata. Quasi a ricordare quella cenere di olive taggiasche che forse lo chef aveva pensato come una sorta di incitamento ai blucerchiati “facciamogli ingoiare la polvere” .
Ad accompagnare il Bologna, prossima squadra ospite al Franchi, sarà niente meno che Massimiliano Mascia chef del ristorante San Domenico di Imola.

La grassa Emilia ci darà del filo da torcere.

lunedì 5 giugno 2017

RACCONTI IN NUCE. La prefazione e le mie idee strampalate sulla colazione

Racconti in nuce. Storie di vite e di risvegli quotidiani.
Si intitola così il libro del Prof. Leonardo Romanelli, edito da Mauro Pagliai. Racconti brevi che parlano di colazioni. Buffi e divertenti, a tratti teneri, che rivelano un romanticismo latente del professore, che in queste pagine si esprime il più delle volte per delle patate che sfrigolano in padella con la pancetta,  della cioccolata al rum o del gorgonzola a metà notte.
Io che appartengo al gruppo dei "se faccio colazione con mia moglie chiedo il divorzio", mi trovo a scrivere la prefazione di un libro dedicato proprio alle colazioni. Nel mio modo strampalato ho cercato di articolare un discorso. 
Chiaro che l'idea era quella di invogliarvi a comprarlo questo libro..



Prefazione

Le cose più importanti succedono a colazione.
A colazione a me piace stare da sola. O meglio, sono abituata così. Mi fa fatica parlare, ascoltare o pensare; ho solo voglia di caffè subito.
Aspettami che si fa colazione insieme è una di quelle proposte che mi mettono subito di traverso.
Caso vuole che mi venga chiesta la prefazione a un libro di racconti sulla colazione, prime colazioni quasi sempre a due, che rivelano la bellezza di un caffè condiviso, o la sorpresa di essere svegliati allalba dal profumo di una tazza di karkadé e fettine di mela ricoperte di zucchero e limone. Brevi storie in cui, guarda caso, tutte le cose più interessanti, gli incontri che ti cambiano la giornata, se non addirittura la vita intera, succedono a colazione. Ed è stato leggendo queste pagine che ho capito molte più cose della mia vita, soprattutto quelle che non sono successe.
Poi il pensiero è andato subito a quei poveri diavoli che la colazione la saltano. Ecco, quelli stanno peggio di me, mi sono detta, ma non è servito a consolarmi. Tuttavia, da quando ho letto queste pagine, cerco di essere meno scorbutica la mattina e accettare un cappuccino se me lo offrono anche  a costo di posticipare di un poco la colazione. E se un libro in qualche modo ti cambia, vuol dire che è un buon libro. 
Si è soliti dire che la colazione è il pasto più importante della giornata; leggete queste pagine e vi toglierete ogni dubbio in proposito se ancora ne avete. E senza alcun riferimento da parte dellautore  a aspetti nutrizionali o calorici. E se è vero che la colazione interrompe il periodo di digiuno più lungo, quello della notte, ed è per questo necessaria, in queste pagine spesso va ad interrompere un digiuno inteso in senso molto più ampio: di emozioni, di sorrisi, di sesso, di buonumore.
Una serie di colazioni dei campioni, campioni della normalità, delle persone comuni che ogni giorno si alzano. E i campioni fanno di rado colazione coi cereali, o col pane e nutella, almeno in queste pagine.
Leonardo racconta un po tutti noi: loperaio del macello, il signore in pensione, il giovane che rientra la mattina dalla discoteca, il pasticcere nel suo laboratorio, il tassista, la maestra, ma ci catapulta in situazioni originali. Regala a noi una colazione inaspettata, e la giornata prende una piega diversa. E finisce che i campioni sono sempre felici dopo aver fatto colazione, anche dopo una notte insonne passata a rigirarsi nel letto. Perché un caffè rovesciato sulla camicia bianca pulita, mentre sei sull'autobus, in queste righe va sfociare in un amore piuttosto che in una scazzottata mattutina. Dovremmo tenerlo a mente. Potrebbe sembrare roba da Mulino Bianco, ma non lo è.  Non cè nessun intento di sfottere, credetemi, neanche in Dopo il Cinema, quando lui sveglia lei dopo aver cucinato del riso con pollo, peperoni e mandorle e lei lo accarezza con amore, lo guarda negli occhi e gli ricorda di essere allergica alla frutta secca, anziché tirargli una ciabatta in fronte.
È una felicità non falsa né esagerata, è più quella delle piccole cose quotidiane alle quali non si presta attenzione, presi come siamo dalla fretta mattutina o dalla miriade di cose che si fanno controvoglia già dall'inizio della giornata, che di solito parte male col trillo di una sveglia. E se accade, come alla ragazza del racconto, che la sveglia non suona,  e lei si veste di corsa, probabilmente imprecando a mente, visto che nel testo non compaiono espressioni colorite e riferimenti a Santi o parenti, è bene ricordare che si può essere in ritardo e incavolati neri o si può semplicemente avvertire di essere in ritardo e rilassarsi. E soprattutto evitare di prendersela con quel povero uomo in pigiama e spettinato, che ha cercato di prepararvi il caffè per farvi risparmiare tempo. Sembra fantascienza, ma a leggere di queste situazioni che sono capitate a ciascuno di noi, ci si rende conto quanto, a volte, può essere ridicolo un comportamento o esagerata una reazione.

Leonardo strizza locchio a queste situazioni, provando a offrire al lettore una colazione alternativa. E che buongiorno sia per tutti!