sabato 28 maggio 2016

AI UIL SURVIVE

Oggi digressione in questo blog di bevute, uscite, mangiate e amori fallimentari.
Ho appena acquistato due giacche per la cucina e anche un cappello abbinato. Il tessuto è quello che asciuga con un colpo di tosse e che non si stira: ho fatto un affare. E provo quel piacere dato dalla soddisfazione che deriva da un buon acquisto. La commessa mi chiede dove voglio far ricamare il nome: lato destro o lato cuore?
Cuore ovvio, e bordeaux, che mi si intona col rigo della cuffia. Grazie arrivederci.
Arrivederci un corno
Per farsi ricamare il nome c’è un modulo intero da riempire: Bordeaux, rosso bruno o vinaccia? Dobbiamo essere precisi. Quale carattere? Corsivo va bene. Corsivo come? Devo sfogliare le pagine di un raccoglitore con decine di font diversi
 Chef Nome Cognome
Chef Nome Cognome
 Chef Nome Cognome
Il nome lo vuole su una sola riga o diviso su due? Boh non  saprei. Dipende se lo vuole scritto grande oppure piccolo; a che altezza? Ha una preferenza per il tipo di ricamo? No guardi lasci stare me lo scrivo con l’Uniposca.
Mi scusi per tutte queste domande, “Sa meglio essere precisi”, perché i cuochi sono peggio delle modelle, dice.
Salgo in macchina felice di avere preso tutte queste decisioni fondamentali per il ricamo del mio nome. Percorro pochi metri e avverto un rumore sinistro, ma proprio brutto brutto. Rallento e il rumore non accenna a diminuire. Non so di cosa si tratti, so solo che viene dalla parte anteriore della macchina, dove mi pare ci stia anche il motore.. Cerco un posto dove accostare. No, lì c’è un incrocio, meglio di no; vado un po’ più avanti, ma ci sono le strisce, no via sabri prova più avanti.
Ma la macchina si ferma da sola, in mezzo alla strada, togliendomi dall’impiccio del dove accostare. Ecco, ora si che sono nel concio, in un grande, gigantesco corno letame. Via Villamagna, prossimità del Ponte a Verrazzano. Ore 18.30 di mercoledì. L’ingorgo che ne deriva è colossale, il concerto di clacson ancora di più.
Toda joia toda beleza
Scendo dalla macchina per prendere il triangolo nel bagagliaio, il che mi vale subito alcuni apprezzamenti cordiali come un mignolo stiacciato nella porta:
Mettici la benzina!, mentre: Vai coll’autobus! è il simpatico consiglio di un vecchietto su una Jimmy argentata.
Posiziono il triangolo sulla strada  a segnalare il guasto; per i più è il segnale di pericolo di femmina impedita e automunita. Non faccio in tempo a sistemarlo che subito me lo tritano, ci passano sopra, polverizzano il triangolo. E poi la demente sarei io..
At fisrt I was afraid
I was petrified
Kept thinking I could never stay alive in via Villamagna..
Nell’attesa del carro attrezzi passano 45 interminabili minuti, in mezzo alla strada con quel che resta del triangolo catarifrangente.. Ai uil survive
Ho tutta l’attenzione su di me, non sono mai stata guardata tanto in tutta la mia vita. Sguardi di odio di automobilisti inferociti, che a quell’ora sono più agguerriti di sempre. Escono dal lavoro e vogliono arrivare a casa, in palestra, ovunque purché lontano dal lavoro o da una giornata di guano, pronti a distruggere qualunque ostacolo si presenti sul loro cammino cittadino.
Ci sono alcuni ciclisti che addirittura si fermano sul marciapiede a curiosare
Oh ma non c’avete un affare vostro, uno che sia uno, a cui pensare?

Niente stanno lì a guardare, non mi chiedono nulla, guardano e basta. E quando arriva il carro attrezzi applaudono.

martedì 24 maggio 2016

BOLLICINA TRADITRICE


Liberamente ispirato a fatti realmente accaduti ad altri



“Senti ma tu lo bevi lo champagne?”
O che domanda è questa? Lo chiedi a un morto se ha smesso di respirare? Eccerto che lo bevo
E si fa aprire Jacquesson 738. “Senti io lo champagne lo bevo caldo ti va bene?”
Come sarebbe caldo?? Ecco lo sapevo, non poteva essere tutto per il verso, sennò col cavolo che stava seduto al tavolo con me. Le magagne non si fanno mai attendere, neanche il tempo di una bevuta.
Faccio cenno di no. Ha ordinato il 738 e vuoi pure che mi metta a questionare.
In realtà lo champagne arriva freddo, solo che lui non vuole la glacette, tutto qui. E poteva dirlo subito! che a momenti ci resto secca all’idea di bere bolle preziose a temperatura ambiente in questa serata calda quasi estiva.
Parla, parla molto e beve. E io lo seguo, che altro posso fare? Solo che va veloce, pare un keniano a corsa, e un gli sto dietro.
“Visto che questo non ti è piaciuto ne ordiniamo un altro”. E con questa scusa si versa l’ultimo bicchiere
“Veramente mi piaceva e parecchio”, ma mi piace anche il Laurent-Perrier che segue. Vatti a lamentare se la serata va in questa direzione, ovvero verso Reims.
“Senti io direi di mangiare anche qualcosa, m’è venuta fame e a te?”
A me mi s’è aperta direttamente la faglia di Santandrea al posto dello stomaco.. vabbé non gli ho detto proprio così, che mi pareva brutto.
Mangiamo e parliamo, soprattutto lui, ma faccio fatica a sentirlo. Parla con un tono di voce basso, o forse sono io che ormai non capisco più una sega. Ecco se c’è una cosa da non fare quando si esce con un maschio potenzialmente capace di intendere e di volere è ritrovarsi alticce. Anche se a me l’aggettivo non calza proprio, diciamo perciò sbronza. Perché finisce in due modi: stesa (a dormire), o piegata a 90 (a vomitare).
Se si presenta una terza possibilità 9 volte su 10 non te la ricordi e quindi è come se non fosse successa.  Quindi mettila come vuoi finisce male.
Poi succede un Loupiac, e un secondo bicchiere succede al primo e poi succede un taxi che mi riporta a casa barcollante e sola.


sabato 21 maggio 2016

ORZO E BANDABARDO'

La Marta ha la sua teoria: il sabato sera si esce perché escono tutti.
“Mhm” rispondo contrariata al telefono
“Si ok tranne voi ristoratori unti e con le occhiaie scavate che ci potete appoggiare il mestolo, che state a bollire per far divertire noi terremotati mentali”
“Quindi? arriva al sodo..”
“Quindi dal momento che hai chiuso il ristorante, se stai in casa di sabato sera o sei malata o sei parecchio impegnata in altre faccende”
Eccola lì dove voleva arrivare..mi guardo i piedi con i calzini celesti che spuntano appena dalle ciabattine sanitarie e penso che conciata così le uniche faccende praticabili sarebbero quelle domestiche. Ma no, quelle si fanno di mattina, mi dico, tanto per fugare ogni possibilità di granata e mocio alla mano. Poi mi ingoio due barbiturici con la candeggina e vo a letto. Per lo meno troveranno casa pulita.
Voglio far rosicare la Marta un po’
“Be’ in effetti hai ragione, ho da fare, ti devo lasciare” e riaggancio
Pochi secondi dopo dlin dlon, il telefono si illumina. E’ sempre lei con un messaggio di cui non riporto il testo per creanza, diciamo che il contenuto, riassunto, sta a metà tra: divertiti my friend e si può sapere con chi sei zoccola?
Forse più la seconda rileggendolo bene.
Siamo io e una playlist della Bandabardò. Oggi non lavoro, oggi non mi vesto, resto nudo e manifesto.  Sono fuori dal coro..
Io, loro, e un pentolino di acqua che bolle: mi sto preparando un orzo. Ma non glielo dirò mai alla Marta, capace che piomba su con una borsa piena dei suoi vestiti ascellari da farmi indossare con la forza per farmi uscire. Solo che i suoi vestiti mini per me sono abiti con lo strascico, per cui non ce li scambiamo mai i vestiti. Ho perso il filo, dunque dicevo l’orzo, meno stress e più farfalle.
Tanto per chiarire, l’orzo lo bevo (a volte) la sera al posto del caffè, ma quando sono da sola, per evitare prese di culo varie ed eventuali. Non so perché la gente ce l’abbia con l’orzo e con quelli che lo bevono. L’ultima volta m’hanno detto che bere l’orzo è come scaccolarsi col guanto da forno. Ci sono rimasta parecchio male ecco. Soprattutto perché il discorso non si è esaurito lì, ma è proseguito con delucidazioni sull'ars scaccolandi a mani nude, il dito indice e l'unghia che aggancia pezzi di aspirapolvere, mulini a vento e resti di Otzi. Per qualche giorno ho bevuto solo latte di mucca. Un altro orzo pomeridiano in un bar del centro mi valse una frase tipo: tu che prendi? per me un orzo. Un orzo?! ma io con quelle che bevono l'orzo non ci esco per principio. Infatti dopo un po' abbiamo smesso di vederci, vuoi per l'orzo, ma anche per altri piccoli particolari.
Non basta. Uso orzo liofilizzato, insomma l’Orzo Bimbo, che da quando non c ha più il bambino lentigginoso stampato sulla confezione, mi pare ancora più amaro. E non c'è nemmeno lo scuolabus giallo che attraversava i campi d’orzo di  Galliano per portare bambini a scuola a Barberino di Mugello. Bambini iperfelici che avevano fatto colazione con l'orzo solubile. Correvano gli anni 80, eravamo tutti più felici, soprattutto nelle pubblicità. E l’orzo solubile sembrava anche dolce, a volte pure buono. Per chi non si ricorda lo spot eccolo.
Allora perché lo bevo? Credo che a fregarmi sia quella schiuma compatta e ambrata che si forma solo se lo hai sciolto bene senza che compaiano i grumi. Ricorda la schiuma di un cappuccino, o quella densa e morbida di una stout, ma è solo un ricordo, che svanisce all’istante, quando al schiuma ti arriva alle labbra. Niente freschezza dissetante, né aromi d’orzo tostato  e credo si siano persi anche eventuali poteri digestivi. La bevanda è piuttosto acida, con forte aroma di bruciacchiato e amara. Ma è calda e mi fa compagnia a lungo nella tazza. E poi nelle sere di solitudine domestica, vestita come il mago Galbusera, qualunque bere sarebbe amaro, tanto vale andarci di orzo ad effetto nocebo. Tanto la prossima canzone è Beppeanna. E attenziò, concentraziò, ritmo e vitalità

mercoledì 18 maggio 2016

SATURDAY MARATHON: RECOVERY TIPS&DRINKS

“Passo a prenderti al negozio quando chiudi, così prima di andare ci facciamo un gin tonic”.
“Dai sbrighiamoci l’Aurora è già in piazza Beccaria che ci aspetta”.
“Ma tu la vedi?”
“ No, eppure dice che era già qui ad aspettarci”
All’angolo c’è una tipa ferma, ma da lontano pare troppo in tiro per essere..
 l’Aurora!!! Noooo è proprio lei!! Tra tacco e plateau c’avrà 20 cm di artiglieria ai piedi, ha ankle boots più alti delle mie mary jane con cinturino, che altrimenti le perdo. Quei centimetri però servirebbero più a me che a lei. Parecchio di più.
Siamo incredule, raro vederla così agghindata
“Ehi guarda come ondeggia coi fianchi!”
“Sta ritta pe’ l’appunto tu vorrai dire, però guarda che gamba slanciata, serata topografica eh?”
“Secondo te ci arriva in Santo Spirito con quegli arnesi? Dipende da quante soste facciamo prima..”
Eh già il problema delle soste lungo il percorso è sempre annoso il sabato. E il problema non è certo la sosta della macchina in centro. Mi costringono a un parcheggio talmente ignorante che mi varrebbe una congrua pensione all’INPS se solo chiedessi l’invalidità mentale
“Ehi ciao come stai?!! Ragazze guardate chi c’è!!” l’Aurora si sbraccia a salutare un tipo con un occhio gonfio. Neanche 50 metri a piedi e già la prima sosta che tradotto vuol dire la prima bevuta, anzi la seconda se si considera il gin tonificante.
“Cosa? state andando a fare un aperitivo a quest’ora? Ma sono già passate le nove..” esclama il tipo sfottendoci
“Sai coi tacchi camminiamo piano..”
E inizia col dire che a quest’ora in quel posto là avranno già finito il buffet, in quell’altro non troveremo posto e da Mario il sabato ci sono solo ragazzini.
Oh ma chi è questo, il vice di Dio che sa tutto e ci predice la serata?
“Ragazzini?” O che siamo le grannies col tremito alle mani e gli occhiali con la catenella che sennò un si trovano se un ci si legano al collo? “Via andiamo, che tra un po’ da Mario arrivano i genitori  a portarsi a casa i ragazzini” sbotto. Scoliamo il Camossi brut offerto dall’inviato del Signore, che gli vale qualche punto in simpatia, ma sempre pochi per via dei ragazzini.
Il percorso che ci conduce verso Santo Spirito è lungo e irto di avversità. Il problema è che se uno nasce con tare fisiche e si sforza di stare ad altezza uomo, attraverso una crescita artificiale fatta di tacchi, zeppe e carrarmati, rischia la vita ogni volta che cammina per le viuzze del centro. E  di tutto questo Dio se ne frega, la scienza se ne frega, e pure il comune di Firenze se ne frega.
E poi mi dicono che sono nervosa.
La maratona sabatina prosegue, con sosta al punto di ristoro 3.

“Dai sediamoci ai tavoli fuori perché abbiamo i tacchi”. Si lo so che ve lo state domandando; me lo sono domandato anche io. Poi ho pensato che mi andava bene così… ubriaco canta amore alle persiane. Senza senso, ma con i tacchi.
La Marta sfoglia la carta dei vini, “hanno un sacco di vecchie annate, dai vi va qualcosa degli anni 70?”
“direi di no, bastiamo già noi di quell’epoca.. restiamo nel terzo millennio almeno stasera”.
“Parli di vini o di ragazzini?”
Stronze.
Mi criticano, “una bottiglia senza neanche un po’ di fondo?.. ma che bere eh?”
Ma il giovin barbaresco si rivela una bella bevuta, condivisa fino all’ultimo goccio, senza fondata.
La serata non è ancora finita..ci attende il secret bar. Punto di ristoro 4. Sempre che ci s’arrivi.
L'anello della maratona si considera concluso al ritrovo della macchina. L'arrivo è in salita.



lunedì 11 aprile 2016

APPETITI ESTREMI PER LO SLOW FOOD DAY

Il 16 aprile si celebra la sesta edizione dello Slow Food Day.
E guarda caso è a Villa a Sesta che anche noi partecipiamo ai festeggiamenti, che quest'anno coincidono anche con i 30 anni di Slow Food Italia.
I grandi eventi si celebrano a tavola, e per l'occasione proponiamo un intero menu tratto dalle ricette di Appetiti Estremi. Ingredienti del nostro territorio, tra Firenze e Siena cucinati dalla sottoscritta, Alberto Lorenzini e Stefania Pianigiani, che per l'occasione sveste la tuta di giardiniera per darsi alla cucina. Il tutto sarà possibile grazie al prezioso aiuto dei volontari della condotta Slow Food Siena che ci ospita.
Vi aspettiamo per una grande festa insieme.
Prima della cena qualche lettura tratta dal librino rosso, così per rompere il ghiaccio!



sabato 9 aprile 2016

IMPARA L'ARTE E ..USALA

Ho invitato la Marta a cena da me. Anzi non è esatto. E’ lei che si è autoinvitata, con l’idea di cucinare insieme. Ha detto che vuole migliorare le sue prestazioni ai fornelli che al momento si assestano sull’uovo al padellino, che però le esce ancora col “moccio” sul tuorlo e qualche torta salata quando è necessario pulire il frigo dai mostri. E’ molto brava anche a cuocere i cubetti di spinaci surgelati nel microonde: 2 minuti massima potenza. Poi giro di olio, sale e limone e tac pronti. E toc te li mangi te, io senza il burro non mi metto nemmeno a sedere.
“Sabri si fa da te, tanto tu hai tutto”
“perché tu non ce l’hai una pentola e uno scolapasta?”
“si ma poi tu mi chiedi una frusta, e un coltello..quello lì come si chiama..”
“un normale trinciante.. “
“è si proprio quello, mai io..”
“si vai vieni da me”
Con la Marta meglio iniziare dai fondamentali: vai col pomodoro. E i fondamentali sono gli spaghetti e le uova al pomodoro. Senza se e senza ma.
Su caprese e panzanella si può essere autodidatti. Altrimenti fate l’uncinetto, le cornici con la pasta al sale, il decoupage, il bungee jumping, ma rimettete quel pomodoro in frigorifero per carità, per il bene vostro e di  tutti i vostri cari.
“tieni mettiti il grembiule”
“mi sento ridicola con questo coso e poi io non mi sporco”
Certo che non si sporca, non cucina.
Si comincia: l’olio, l’aglio, camicia o non camicia, “lascialo vestito per il momento, hai tutto il tempo per spogliarlo e bruciarlo”. Poi i pelati, li schiaccia con la forchetta e ops si macchia la manica del vestitino beige.
Il mio viso si illumina di un ghigno sardonico: “eheheh!! Ecco l’importanza di un grembiule e di un coltello trinciante”
Si siede sullo sgabello con l’aria triste, poggia la forchetta sul tavolo e si lecca il pomodoro sulla manica del vestito
Dio quanto è impedita, penso, ma quanto è sexy in questo gesto di bambina sconsolata. La abbraccio.
A momenti piange e confessa: “Sabri ho fatto una figura di merda”
“ma dai cosa vuoi che sia, tu sei ossessionata dalle brutte figure”
“Sabri tu non capisci, ero con lui..”
 Cerco di consolarla, “oggi la figura di merda è l’avanguardia nell’arte di rimorchiare”
“sei sicura?”
“diamine si, pensa alla TV. Vuoi essere famoso? Vai in tv e fatti una bella figura di merda e il gioco è fatto. Ma si può sapere che hai combinato?”
 “sabri l’ho invitato a cena da me sabato scorso”
“oh cazz..altro che figura di merda, ma sei scema? Avresti potuto intossicarlo”
Metto le uova al pomodoro sulla tavola, taglio del pane e ce le mangiamo direttamente nella padella, senza neanche le forchette, ramazzando col pane.

Questa è l’intimità vera. Ecco, nell’arte di rimorchiare ci metterei anche la ricetta delle uova al pomodoro.

giovedì 31 marzo 2016

LA COMPAGNIA DEI VINATTIERI. e altre compagnie








Per mangiare alla Compagnia dei Vinattieri  ho sudato le sette camicie. Per ben tre volte ho tentato invano di prenotare: era sempre pieno. Lì per lì ho pensato: wow che fico deve essere questo posto, seguito a ruota da “uffa che palle, io avevo fatto la bocca ad andare  lì”. E non c’è cosa peggiore per me, che immaginarmi una cena in tal posto e poi ripiegare su un altro. Mi metterei a fare le bizze come i bambini, sdraiata in terra a battere i piedi e strillare “noooo e io lì non ci vengo, brutto, cacca, bua”
Stasera ce l’abbiamo fatta, prenotando con largo anticipo e raccomandandosi ai santi protettori di Siena, che pare siano addirittura 4. Si perché se vuoi ottenere qualcosa devi rivolgerti a chi conta, non solo in Terra.
Scelgo il tavolo più centrale che c’è, cogliendo di sorpresa la Stef che forse gradiva una situazione più defilata, perché già sa come andrà a finire.
Siamo io e lei, la mia amica del librino rosso e questa è una di quelle sere da confessioni e buon vino. So che tutto quello che dirò lei se lo ricorderà e mi chiedo se questo sia un bene per me o una tremenda sfiga. Chissà se si ricorda delle mie cose perché mi ha nel cuore o perché me lo vuole trafiggere a cadenza regolare, con le parole: “Sabri ti ricordo che quella sera hai detto che ..”
Cosa? Quale sera? Io non mi ricordo neanche la mia data di nascita a volte e lei si ricorda la frase detta nel tal posto alla tal ora, quante volte sono andata al bagno e si mi ero fatta i baffetti oppure o no. Ma in fondo io ho bisogno di una persona così nel mio disordine smemorato, che a tratti è amnesia globale permanente. Ma in questi di solito casi è colpa del vino, non mia.
Il titolare di questo luogo fico, che, col dovuto rispetto, è fico a sua volta, ci viene incontro per salutare Stefania e io mi prodigo in una calorosa stretta di mano e mi presento: “piacere sono..”
“guarda Sabri che vi siete già conosciuti, a Castellina ti ricordi..?”, sottolinea puntuale e precisa la Stef. A conferma di quanto ho appena detto.
“Ma dai accomodatevi!” e ci sorride così per sdrammatizzare l’imbarazzo; già dopo il primo bicchiere in compagnia di Pojer e Sandri e il loro pinot nero il dramma si tramuta in commedia con la perdita di ogni tipo di imbarazzo.  E c’è ancora chi sostiene che bere faccia male.
Quando apro il menu di un ristorante posso avere due reazioni:
a. non so che scegliere perché non trovo niente che mi convince
b. non so che scegliere perché vorrei ordinare tutto
Ai Vinattieri è il secondo caso.
“Senti io vorrei ordinare la quaglia col ciaccino e la riduzione di vino rosso, le polpette di fagiano con pecorino e salsa di nocciole e poi il carré di agnello con arancia e caffè. Si mi pare bene così”.
“azz..tutta verdura eh?” commenta lei
“siamo stati cacciati dal paradiso per aver mangiato la frutta mica l’arista al forno. Io ho deciso di non rischiare più inutilmente”
Ci abbiamo aggiunto anche un primo piatto, ripieno naturalmente, e poi ci siamo divise il tutto, a volte litigandocelo.
Marco da buon titolare accorto e navigato, comprende lo spessore delle due bocche sedute a centro sala e le allieta con piccole sorprese come l’aringa affumicata con cialda di patate e cipolla marinata. Scommetti che questa volta non me lo scordo?
Poi però il coraggio di scegliere per dolce la crema alla banana e caramello salato ce l’ha avuta lei..no così tanto per dire.

Ammetto che è stata un’ottima idea.

Compagnia dei Vinattieri, via delle Terme 79, Siena

domenica 27 marzo 2016

LA PASQUA A CASA. Cronaca della prima

Data astrale 27 marzo 2016 si celebra la prima Pasqua in casa Somigli.
La prima della mia vita fuori dal ristorante. Perché quando sono nata i miei genitori erano già ristoratori. E il giorno di Pasqua si è sempre lavorato.
E oggi a quarant’anni mi ritrovo d’un tratto a far parte di una famiglia normale; normalità intesa come orari e tradizioni del dì di festa. 
In effetti è normalità soltanto apparente. Per comprare una quantità di agnello appropriata, i miei genitori mi hanno chiesto la partita iva, poichè tali quantità sono acquistabili solo all’ingrosso.
Solo che a pranzo siamo in 8, non più in 80 come al ristorante.
A giudicare dalla quantità di roba che hanno preparato forse ho sbagliato a contare.
“Mamma abbiamo altri ospiti oltre alla zia?”, chissà magari hanno invitato degli amici a mia insaputa, cosa che spiegherebbe il perché di tutti questi vassoi pieni di cibo che intasano la cucina.  Ve ne sono sul tavolo, sopra il frigo e perfino sulle sedie e sulla cassa dell’acqua, a portata di cane. Fai tanto che la bestiaccia entri in cucina e vedi te come si gode la Pasqua. Del resto è la prima volta anche per lui questa festa col grand jury riunito, anche se a dirla tutta mi pare più scoglionato che felice, con tutto questo trambusto in casa da stamani all’alba.  
Il babbo ha acceso il fuoco, ma non per creare atmosfera, bensì per produrre brace: “se dopo s’ha ancora fame si mette una bistecchina sul fuoco”
“si certo babbo, vai vai metti ancora legna, ci si fa anche le patate sotto la cenere; quelle però per stasera, sennò icché si mangia a cena..”
Mia mamma ha tirato in ballo tutte le usanze del giorno della festa: non se ne è persa neanche una, a partire dalla tovaglia ricamata, il centro tavola con i pulcini, il menu da banchetto dell’imperatore e perfino l’uovo di pasqua con sorpresa per me e il mio fratello, anche lui abbondantemente over 30s. Deve recuperare 40 anni di riti mancati, come darle torto.
 “Mamma vuoi una mano a preparare le uova?”
“no no  tanto ora arriva la zia, mi aiuta lei”
Andiamo bene se s’aspetta la zia.. a mezzogiorno avrà ancora da farsi la doccia, scegliere la collana più vistosa che possiede e trovare le chiavi della macchina. Poi arriverà a comodo imprecando contro il traffico della via Aretina che le ha fatto fare tardi, proprio oggi che si era alzata presto per venire ad aiutarci. Ma guarda la sfiga!
“Mamma sei sicura?”
“si si te vai giù a prendere il vino”
Se la Lisetta non mi vuole tra i piedi in cucina, ha qualcosa da nascondere. Tradotto: sta per fare qualcosa che se vedo mi farà incazzare..
Questa cosa si chiama maionese in tubetto per guarnire le uova sode. Quarantanni di ristorazione polverizzati per via di un tubo da 150 ml col tappo giallo.
“Oh mamma o che figura si fa a invitare i parenti e dargli la maionese sintetica?”
“O venvìa, la zia un se ne accorge nemmeno!”
Se scopro che ha messo le sottilette nelle lasagne agli asparagi m’ammazzo.


domenica 20 marzo 2016

BRUNNENHOF MAZZON. e altre personali considerazioni




Mi è seduto accanto. E’ stato un caso e devo ringraziare il mio arrivo in ritardo; tutti i posti erano già stati presi, e restava proprio quello lì, a fianco dell’ospite della serata, Kurt Rottensteiner, per tutti Brunnenhof a Mazzon. Volto timido, quasi imbarazzato nel descrivere alla tavolata i suoi vini. Non so se sia un pudore tutto atesino o semplicemente un tratto distintivo delle genti di montagna quell’essere schivi e poco loquaci. Veste una giacca in loden grigio, il classico taglio tirolese, con collo rigido e basso e rifiniture verde bottiglia. Da appassionata di escursionismo dolomitico, mi vengono in mente le domande più astruse e meno vinose che si possa immaginare, ma pare la formula vincente;  così una chiacchiera tira l’altra, Herr Rottensteiner si rivela più loquace di quanto ipotizzato e la conversazione scorre piacevole. Parte dal casello di Egna-Ora, la porta sul paradiso: quando vedo quel cartello verde sulla A22, comincio già a sentirmi meglio, sia che ci esca in  direzione della Val di Fiemme o della Val di Fassa, sia che lo superi diretta verso il Brennero.
“ti sei mai fermata a Mazzon?”
Mazzon è una spina nel fianco per me: sta lì ripido sopra il casello, al sesto tornante della statale a destra. Una posizione strategica, ma anche una fregatura. La voglia di posare lo scarpone sulle alte vie delle dolomiti è sempre troppo forte per una sosta a Mazzon all’andata. Al ritorno, al contrario, è sempre troppo tardi. Insomma finisce che non mi ci fermo mai nonostante tutti i buoni propositi al gusto di pinot nero. Sento che quest’anno potrebbe essere la volta buona.
In degustazione ci sono i 4 vini di Brunnenhof: L’incrocio manzoni “Eva” 2013, il gewurztraminer 2013, il lagrein 2013, il pinot nero riserva 2012. Più due sorprese di cui ci ha omaggiato: un gewurztraminer 2010 e un pinot riserva 2007, nonché un apprezzatissimo speck affettato al momento.
E il GW 2010 è davvero una gran bella sorpresa, che risponde parzialmente alla domanda che mi affliggeva dall’inizio della serata: “perché se fai 4 soli vini, uno di questi è GW?”
Non ce la faccio, la domanda mi scappa di bocca lieve e spudorata, senza che nemmeno me ne accorga. Ora chiama la sicurezza e mi fa sbattere fuori, penso. E invece ride, ipotesi che non avevo contemplato. Mi spiega che i vigneti a GW di maso Brunnenhof andranno a sparire, e saranno sostituiti da pinot nero. Perché in cantina neanche lo vogliono assaggiare dice ridendo: “GW per carità no!”. Rido anche io. Eppure quando mi iscrissi al corso per sommelier questo vino era il mio preferito, andava così di moda, se facevi l’aperitivo eri fico solo a ordinare il traminer aromatico. Guarda come cambiano le cose.. Mi sono andata a leggere un po’ di notizie al riguardo, e mi sono imbattuta in statistiche IRI aggiornate al 2014 che facevano registrare notevoli incrementi delle vendite di questo vino in Italia. Insomma se ne vende di più, ma se chiedi agli amici o conoscenti, nessuno lo beve, i più lo rifuggono. Pare la storia di Berlusconi, che è stato premier per vent’anni senza che nessuno lo avesse votato.
Ma leggendo sono venute fuori altre cose interessanti: si dice che il GW è un vino femminile. E ti pareva, quando c’è di mezzo roba rotonda e eccessivamente improfumata di rosa c’è dietro una donna. Oppure che in molte versioni risulta essere troppo faticoso da bere, difficile da abbinare a tavola, il vino che non si presta al bis di un bicchiere. Tra le soluzioni meno scientifiche ipotizzate per renderlo più appetitoso:  migliorarne l’appetibilità a partire dal nome e non uno scioglilingua dalla riuscita improbabile. E così sia al più presto.

Il GW del 2010 abbinato a degli gnocchi alla parigina con salsa di pecorino e julienne di mela verde mi è parso assai gradevole e per niente faticoso. Dimostra ancora che il GW ne guadagna se ha qualche anno sulle spalle e digerisce i 15 gradi dichiarati. Non posso non pensare che i GW di Brunnenhof potrebbero diventare una rarità, se decide per l’espianto; dice infatti col sorriso, ma anche con un po’ di rammarico, di non aver conservato uno storico delle sue annate..”io il vino l’ho venduto sempre tutto..”.  Peccato però, perché a me è parso un gran bel bere.



Credits foto:FISAR Firenze

mercoledì 16 marzo 2016

WALTER MASSA SHOW



“..perché un enologo se non è anche filosofo è meglio che faccia un altro lavoro”. E con quegli occhiali da intellettuale e quelle rughette sexy sulla fronte come fai e non dargli ragione? Gliela dai a priori. La ragione. Che poi la sua storia dimostra che ragione ne aveva da vendere..
Non parlerò di quanto sono buoni i vini di Walter Massa, perché è cosa nota. Parlano da soli, non hanno bisogno che sia io a dare fiato alle trombe e celebrarli. 
Quello che invece vorrei, è poter descrivere il racconto di Massa, sferzante e diretto, che non lesina frecciate a nessuno, consorzi di tutela, associazioni di categoria e loschi personaggi politici, che hanno contribuito a “costruire il nulla, o al limite qualche fascicolo presso diversi tribunali della repubblica”.
Una storia che parte dal Timorosso per arrivare al Timorasso, un po’ come la storia dell’Italia dei grandi rossi che scopre negli anni che bere vino bianco è altrettanto piacevole. Superata l’ansia da Timorosso, via le vigne a barbera. Poi via anche il cortese che a Monleale con Massa non ci voleva stare e a dispetto  s’era impuntato a non sviluppare i suoi aromi. 
“timorasso? Ma va là, lascia fare!” gli dicevano i contadini dei colli tortonesi a metà degli anni Ottanta”
Ma lui, l’enologo a tratti filosofo, e per certi versi matto scatenato, va in fissa col Timorasso, un’ uva pressoché scomparsa e ne fa un vino come piace a lui, “perché un vino mica deve piacere a tutti”. E lo fa con la sua ricetta di 4 ingredienti:
solo uva
sole
buon senso
tempo
 “perché senza il tempo non vai da nessuna parte, neanche se hai fatto la scuola enologica di Bordeaux, figuriamoci  quella sfigata di Alba". Che poi parliamoci chiaro, quando un vignaiolo fa il vino vede subito la bottiglia da vendere, si perché un vino dopo 10-12 anni in cantina “più che sui lieviti sta sulle scatole”.  Ma è un gioco il suo, a prendersi in giro. "il 1995  è stata l'annata più acida della storia e il mio timorasso faceva schifo": il coraggio di tenere ferme 6000 bottiglie per qualche anno, per regalare poi a qualcuno qualche emozione.
 “A chi mi chiede perché faccio 4 vini tutti uguali, rispondo - Chiamiamole le enoconvergenze parallele di Walter Massa-“ . Ma la verità è che Derthona, Costa del vento, Sterpi e Montecitorio, non sono solo dei timorasso,  sono 4 vini diversi. Sono l’identità enologica, tanto agognata da Massa, che ha deciso di chiamare i suoi vini con il nome delle colline sui quali sono prodotti. Perché ci dobbiamo difendere col territorio, è questa la nostra vera arma difensiva. “Facciamo un esempio: se domani Belen Rodriguez decide di fare timorasso nella Costa Berica, ci sarà di sicuro un esercito di tonti che lo vogliono. Bene difendiamoci col territorio: io vendo Derthona, il timorasso lo lascio vendere agli altri”.

In degustazione le 6 magnum:
Derthona  2012
Montecitorio 2010
Sterpi 2009
Sterpi 2007
Costa del Vento 2003
Costa del vento 2002